La tela del diavolo: una valida risposta italiana allo strapotere dei thriller anglosassoni

lateladeldiavolo

Stralcio dell’intervista realizzata dall’Associazione Arte &Cultura in Laguna, che opera nell’ambito Veneziano a Gianfranco Pereno, autore di “La tela del diavolo”.

D) Domandiamo subito all’autore del thriller in questione, Gianfranco Pereno, cosa pensa di quest’affermazione che sta ormai circolando insistentemente sul web.

– Magari fosse vero! Vorrebbe dire che tutti i soldi che ho speso per acquistare i libri di Connelly, Deaver, Cussler, non sono stati spesi invano!
Scherzi a parte, anche se la cosa mi fa indubbiamente piacere, non penso proprio di essere alla loro altezza. Dalle loro pagine emerge, oltre a un indubbio talento, anche una professionalità invidiabile.

D) Eppure il suo romanzo piace!

– E per fortuna!  Penso che non ci sia di peggio, per un autore, che lasciare il pubblico indifferente.

D) Effettivamente bisogna riconoscere che l’indifferenza è l’ultimo sentimento che si può provare leggendo “La tela del diavolo”, anzi, viene da chiederle se non si sia sentito in imbarazzo ad esordire con un romanzo così complesso.
Mescolare la Magia con la fisica quantistica, il Diavolo con il pensiero “Wicca”, viaggi tra universi paralleli, serial killer, filosofie religiose, contaminazioni artistiche che vanno da Caravaggio a Pyke Koch, non è proprio da libro d’esordio!

– Ad essere sincero è un problema che non mi sono nemmeno posto, il libro è nato quasi per caso e si è sviluppato da solo, addirittura i personaggi sono comparsi quando servivano, ognuno con la sua storia e la sua personalità. E’ venuto tutto semplicemente, un tassello dopo l’altro.
Devo ammettere però che questa trama ha tenuto alla larga un bel numero di editori!

D) La domanda è d’obbligo: perché auto prodursi?

– La risposta è complessa, e forse addirittura impossibile da dare in modo esauriente.
Dopo aver percorso la classica trafila degli esordienti, passando da un editore all’altro, inviando manoscritti a destra ed a manca, aspettando mesi una risposta che regolarmente si rivelava poi gentilissima e deludente, la mia autostima aveva raggiunto il livello zero.
Decisi quindi di dare un taglio a quello stillicidio di stroncature e di rivolgermi ad un editore a pagamento.
L’idea non era quella di diventare un nuovo Faletti, ma di vedere se effettivamente il mio lavoro poteva piacere alla gente, testandolo direttamente sul mercato.

D) Sborsando denaro però!

– Certo! Ma tenga presente che ho sempre lavorato per conto mio da quando avevo 20 anni, età in cui ho aperto il mio primo studio grafico. La necessità di investire per cercare di ottenere risultati è stata una costante di tutta la mia vita professionale, e anche in questo caso ho voluto rischiare per vedere se il mio lavoro era veramente buono e se poteva sfociare in una vera attività: Quello dello scrittore è un mestiere che mi piacerebbe fare a tempo pieno, ma proprio perché “Mestiere” ha le sue regole.

D) I risultati?

– Economicamente un fallimento! Meno di duecento libri venduti, nemmeno coperto le spese dei viaggi.
Però piaceva! I commenti erano in gran parte favorevoli e venivano da un pubblico eterogeneo, non dalle solite zie o da amici accomodanti.
Inoltre ho incominciato ad avvicinarmi al mondo dell’editoria con un diverso punto di vista.

D) L’impressione avuta?

– Un bel casino!
E’ un mondo complesso, pieno di contraddizioni e difficilmente comprensibile per chi, come me, non è del mestiere.
Ad esempio accettare la logica che per un libro il 70% di resi è una cosa naturale e che un editore deve nel 30%% restante coprire le spese e guadagnare non è a prima vista facilissimo.
Ma la cosa  più complicata è districarsi nella marea di editori fasulli che guadagnano esclusivamente pescando nel portafoglio degli scrittori.
Continuo a non avere nulla in contrario sul fatto che un autore possa decidere di auto prodursi, io l’ho fatto e se potrò continuerò su questa strada, ma l’editore, dal canto suo deve concretamente fare il suo mestiere e fare di tutto per dare visibilità al lavoro. Invece il più delle volte si limita a fare il tipografo e ti ritrovi solo con il garage pieno di libri ordinatamente impilati.

D) E’ per questo che ha scelto la strada degli E-book?

– In parte! Indubbiamente in questo circuito esistono già  oggi realtà editoriali che consentono a un autore di proporsi autonomamente al mercato a costi molto contenuti, e questo è fondamentale.
Ma è stata soprattutto la potenzialità di questo mezzo che mi ha affascinato e mi ha invogliato ad utilizzarlo.

D) Dunque ora chiunque può diventare uno scrittore!

– Come chiunque può mettersi a fare qualsiasi mestiere, dal lavapiatti al fisico nucleare, la differenza però è nel come si esercita un determinato lavoro.
La qualità, a parer mio, è data da una dose di talento mescolata a una quantità impressionante di “Mestiere”.
Uno può auto prodursi quanto vuole, ma se non propone un lavoro di qualità il pubblico lo elimina immediatamente. Basta percorrere una qualsiasi strada delle nostre città, trovi pizzerie con la coda fuori e pizzerie semivuote, se offri un prodotto di qualità la gente ti premia, altrimenti rimani al palo.

D) Quindi con l’avvento degli E-book basta avere un libro valido ed il gioco è fatto?

– Magari! L’ho detto prima che il problema è complicato e sfuggente, si resta al palo anche con un libro buono!
Il vero scoglio è la visibilità, la distribuzione.
Ben lo sanno i grandi editori che investono tutto nella pubblicità e non per nulla accettano volentieri il famoso 70% delle copie invendute. E’ vero che queste sono destinate al macero, ma nel frattempo hanno riempito gli scaffali di tutte le librerie, ipermercati, centri commerciali, autogrill, permettendo la vendita di quel 30% che rappresenta per loro il vero guadagno.
Ma è innegabile che non possono permettersi di fare quest’operazione con tutti gli scrittori che gli passano tra le mani, anche se dovessero ritenerli validi, il rischio sarebbe troppo grosso e li posso capire.

D) E quindi?

– Quindi bisogna trovare strade diverse e la rivoluzione in atto sul Web può offrire validissime alternative.

D) Niente più editori dunque?

– Al contrario! Pubblicare un libro è un processo complicato.
Partiamo pure dal presupposto che il libro sia buono in se stesso, bisogna però che anche l’editing, la grafica e la strategia di vendita ne siano all’altezza.
Non penso che un autore sia in grado di farsi un editing da solo, ha bisogno di professionisti che esaminino il suo lavoro ed esprimano il loro parere, diano suggerimenti e correggano errori, poi c’è il lavoro dei grafici per l’impaginazione e per la copertina, per arrivare infine al contatto con i lettori attraverso tutti i vari canali di comunicazione.
Un editore serve, eccome!
Solo che dev’essere diverso da come lo è ora.

D) Ritorniamo alla “La tela del diavolo”, può raccontarcela velocemente?

– Presentare un thriller è sempre imbarazzante, come si fa a spiegarlo senza svelare colpi di scena o a bruciare personaggi fondamentali?

D) Può però parlarci del perché ha utilizzato, per esempio, riferimenti pittorici.

– La mia formazione professionale ed i miei interessi sono legati all’arte.
Liceo Artistico, Accademia di Belle Arti, fotografia, pubblicità, artigianato artistico; il mio modo di vedere la realtà è legato all’immagine, e anche nella scrittura esprimo inconsciamente lo stesso punto di vista.
Il libro è in realtà strutturato come un dipinto che offre diverse chiavi di lettura.
Quando si guarda un quadro, a prima vista si vede quello che l’autore ha voluto rappresentare, ma ad un esame più attento, e questo succede soprattutto con la pittura del ‘400 e ‘500, ci si rende conto che contiene anche molte altre cose.
La scelta dell’impostazione, gli oggetti rappresentati, i particolari ed i colori stessi si rivelano sovente carichi di simbologie che raccontano storie diverse, trame nascoste, messaggi destinati ad occhi molto più attenti e preparati.
“La tela del diavolo” è un po’ questo, lo si può leggere sotto diversi aspetti.
C’è una trama classica da thriller, autonoma, che consente una lettura spero avvincente della storia, ma che offre nel contempo spunti per riflessioni diverse, offrendo terreno di discussioni che si possono eventualmente aprire una volta terminato il libro.
Personalmente sono sempre rimasto rattristato dai romanzi che rimangono ignorati nella mia libreria.
Quando mi capita di osservarla, anche rapidamente, amo i particolari o gli argomenti che rimbalzano nella mia memoria mentre scorro i vari titoli, le sensazioni provate e le emozioni che hanno saputo suscitare dentro di me.
E vorrei che anche i miei racconti producessero lo stesso effetto, che lasciassero nel lettore la voglia di approfondire un argomento, il desiderio di scambiare un’opinione a tavola con gli amici, o anche solo di cullarsi in un sogno o in un ricordo.
Parlo di streghe e fisica quantistica, di amore e depravazione, di amicizia e di paura.
E’ un libro per chi non ha reticenze a sognare e a guardare, anche solo per divertimento, a realtà diverse dal nostro quotidiano, ad un mondo che a prima vista può sconfinare con la fantascienza ma che invece ha molti più punti di contatto con la nostra vita di quanto crediamo.

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Informazioni su Antonio Tomarchio

Poeta e scrittore. Autore dei libri "Il Robot e altre storie" e "Il Mostro". Vedi tutti gli articoli di Antonio Tomarchio

One response to “La tela del diavolo: una valida risposta italiana allo strapotere dei thriller anglosassoni

  • Maria

    No l’ho ancora letto, ma dalla trama mi lascia pensare che sia un libro, per la suspence, con atmosfere alla Dan Brown. Dove il potere si fonde con l’occulto fino ad oltrepassare i confini della ragione e della fede. Dalla trama mi sembra di capire che sia in linea con il filone magico e religioso che oggi è tornato di moda. Sicuramente è il mio genere, infatti mi incuriosisce molto, tra l’altro ho visto che c’è anche per l’ebook a pochissimo prezzo, ancora più interessante.

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