Il Professore

prof

                Era una giornata di fine estate e il sole scaldava ancora i volti annoiati e assonnati dei ragazzi che, seduti sul muretto e sugli scalini della scuola, attendevano il suono della campana. Le risate e le voci dei maschi, che raccontavano le loro avventure e i viaggi nelle località delle vacanze, erano interrotte dai gridolini e dagli acuti delle voci femminili. Un gioco di sguardi e di sorrisi, di occhi che si abbassano timidamente a guardare l’asfalto grigio, di guance che diventano rosse, di visi che si girano dall’altra parte per cercare di nascondere imbarazzo e desiderio. Era un primo giorno di scuola come tanti, pieno d’incertezze e di speranze, di gioia e di tristezza, di voglia di guardare al futuro e di desiderio di tornare indietro a godersi il mare e le vacanze. Piccole storie d’amore finite e altre da cominciare, problemi, drammi, tragedie familiari ma anche gioia e serenità, erano facilmente leggibili negli occhi degli studenti per quel vecchio professore che stancamente saliva quei gradini, consapevole di dover affrontare un nuovo anno e degli studenti diversi.
                L’aula era chiassosa e disordinata, i banchi e la cattedra erano logori e i muri sporchi ma, in fondo, l’aveva voluta lui quella scuola. Aveva chiesto il trasferimento in un altro istituto, non poteva più restare nella sua vecchia scuola per tutto quello che era successo e per gli sguardi accusatori dei colleghi e dei genitori. Era un peso insopportabile per la sua coscienza, sapeva di essere innocente, ma non riusciva a perdonarsi di non averlo capito in tempo e di non essere riuscito a evitarlo. Un sonoro “Buongiorno ragazzi” aveva fatto calare il silenzio e tutti gli sguardi, d’improvviso, erano rivolti su di lui.
                <<Io sono il vostro nuovo professore di Italiano. Il vostro precedente professore è andato in pensione.  Pretendo attenzione e silenzio durante le mie lezioni, se avete dei dubbi o non capite qualcosa, non esitate a chiedere spiegazioni. Per quanto possibile cercherò di aiutarvi e mi soffermerò sugli argomenti più difficili ma abbiamo un programma da completare e i tempi ristretti non ci consentono di prolungarci troppo quindi mi aspetto che seguiate senza distrarvi ogni mia parola.>>
                Qualche mormorio aveva spezzato il silenzio, alcuni commenti sommessi, accompagnati da sorrisi, avevano svelato quali erano gli studenti con cui avrebbe dovuto impegnarsi di più. Aveva già visto il registro dell’anno precedente e aveva parlato con i colleghi ma non era facile ricordare tutti quei volti e associarli a tutti quei nomi e cognomi. Un dolore allo stomaco lo colse al pensiero di dover ricominciare tutto da capo e il ricordo dei suoi studenti che già conosceva bene, gli fece rimpiangere di aver preso la decisione di cambiare città. Cercò di nascondere il suo disagio mascherandolo con un sorriso e decise di cambiare il suo approccio al primo giorno d’insegnamento.
                <<Useremo questa prima ora di lezione per conoscerci meglio. Potete farmi delle domande, se volete, altrimenti le farò io a voi per capire qual è la vostra conoscenza della materia.>>
                Nessuno osò farsi avanti e il mormorio era diventato sempre meno sommesso.
                <<Vi ho detto di farmi delle domande per conoscerci meglio non di chiacchierare tra di voi. Se non c’è niente che v’interessa sapere, comincerò a interrogarvi sul programma dell’anno scorso.>>
                Dopo un attimo di terrore, facilmente intuibile guardando gli occhi degli studenti, qualcuno tra i più coraggiosi tentò di far passare quell’ora chiedendo qualcosa, anche se l’interesse per le risposte era davvero minimo.
                <<Professore, mi scusi. Lei non è di qui, vero?>>
                <<No, sono di Torino.>>
                <<Perché è qui in Sicilia?>>
                <<Per motivi personali>>, disse il professore sorreggendosi alla cattedra.
                Per un attimo l’insegnante si era sentito scoperto, temendo che gli studenti conoscessero la verità sul suo allontanamento da Torino.
                Un imbarazzante silenzio era sceso in quell’aula come l’ombra di una nuvola che copre i raggi del sole. Il professore era ormai deciso a porre fine a quel supplizio quando uno studente, seduto in fondo alla fila dei banchi, alzò la mano per attirare l’attenzione.
                <<Che cos’è la vita?>> domandò il ragazzo.
                Una colossale risata esplose nella stanza coprendo il rumore delle auto che entrava dalla finestra aperta, proveniente dalla strada sottostante all’edificio scolastico.
                <<Silenzio!>> esclamò infuriato il professore.
                <<Pensate che sia una domanda banale o credete di conoscere la risposta? Volete provare a rispondere voi?>>
                Il silenzio fu l’unica risposta che ricevette.
                <<Non c’è un’unica risposta alla tua domanda. Le definizioni che trovate su tutti i social network, tutti gli aforismi più o meno azzeccati che leggete sul web, non bastano a spiegare cos’è la vita. Per ognuno di noi ha un valore diverso che cambia secondo i nostri stati d’animo. Quando siamo felici, la vita ci sembra meravigliosa mentre quando siamo tristi e depressi, ci può sembrare orribile. Gli scrittori, i poeti che avete studiato avevano visioni diverse legate alle proprie esperienze personali ma anche al carattere, all’educazione ricevuta, agli studi fatti. Non voglio farvi una lezione sul modo di vedere la vita degli altri né voglio dirvi la mia personale visione, ma vorrei che ognuno di voi ragionasse sul significato che date voi stessi alla vostra vita. Voi siete degli adolescenti e in ognuno di voi si stanno verificando dei cambiamenti sia fisici sia mentali, avete sensibilità diverse, ma sono sicuro che tutti vi siate poste questa domanda. Provate a inspirare e a espirare, fate dei respiri profondi. Sentite l’aria che entra ed esce dai vostri polmoni. Adesso mettete una mano sul vostro petto. Ascoltate il battito del vostro cuore. Non c’è dubbio che siete vivi, ma basta soltanto questo?>>
                Gli studenti avevano fatto i gesti che il prof aveva chiesto e senza capire bene dove volesse arrivare a parare, avevano risposto con un “No” alla sua domanda.
                <<Noi esseri umani siamo degli animali più evoluti, più intelligenti, ma siamo comunque animali. Che cos’è la vita per un animale? Tutti gli animali, sia chi vive un giorno solo sia chi sopravvive cento anni, nascono, crescono, cercano di mantenersi in vita con tutte le loro forze, si riproducono e muoiono. In fondo è questo che dovremmo fare anche noi umani, il significato oggettivo della vita, anche se può sembrare banale, è soltanto questo. La sopravvivenza della specie. Questo è il vero senso della vita.>>
                Un brusio accompagnava le parole del professore, gli studenti non sembravano convinti dalla sua spiegazione.
                <<So cosa state pensando, credete che io sia pazzo. Voi pensate che ci siano cose più importanti senza le quali la vita non avrebbe senso. Che cos’è la vita senza amore? Che cos’è la vita senza libertà? Che vita è un’esistenza piena di dolore e sofferenza? Noi siamo padroni della nostra vita e nulla ci può impedire di rinunciarvi se non dovesse soddisfare le nostre aspettative. Le nostre aspettative, però ci portano a vivere una vita irreale. Quando avrò soddisfatto i miei desideri, allora sì che sarò felice, allora sì che sarò realizzato, allora sì che sarò qualcuno. Solo quando avrò ottenuto quello che voglio, sarò felice. Se poi non ci dovessi riuscire, la vita sarebbe inutile. Se invece noi pensassimo: “Sento che non sono completo che mi manca qualcosa, sono aperto e disponibile a quello che verrà, ma intanto vivo oggi e sono felice; se verrà qualcos’altro, tanto meglio”. Quante volte avrete letto “Carpe diem”, cogli l’attimo, ma è realizzabile questo genere di vita? Si può vivere pensando solo al presente? Si può vivere senza cercare di realizzare i propri sogni, senza lottare per quello cui si crede? Restare in attesa che accada qualcosa di buono come se fosse la manna dal cielo? Aspettare che le cose succedano senza impegnarsi per farle accadere?>>
                Gli sguardi dei ragazzi sembravano smarriti come se non riuscissero a capire il senso di quelle parole.
                <<Non è importante quello che vi accade nella vita, che siate felici oppure no, che siate riusciti a ottenere quello che volevate o no. Anche se invece fosse importante, anche se voi foste rimasti delusi dalla vita, ricordatevi che è l’unica cosa che avete. Non c’è nulla dopo e anche se ci fosse, non è uguale alla vita che state vivendo. Inspirate ed espirate, questa è la vita. Accettatela così com’è, bella o brutta, è un’occasione, è un periodo che purtroppo finirà e che rimpiangerete di non aver saputo apprezzare fino in fondo.>>
                Un nodo alla gola interruppe le sue parole. Avrebbe voluto dirle a quel suo studente di Torino che si era tolto la vita, avrebbe voluto implorarlo di aspettare, di crescere. Le cose cambiano e il nostro modo di vedere la vita muta ogni giorno. Ciò che oggi ce la rende insopportabile ci farà crescere, ci darà più forza. Ciò che oggi ci fa desiderare di morire, domani forse ci farà sorridere. Non aveva capito, non aveva saputo cogliere in quello sguardo triste e malinconico il bisogno di aiuto, di una parola di conforto, di un po’ di attenzione. Aveva fallito nella sua missione di educare, si era limitato a insegnare nozioni senza curarsi di vedere, oltre quegli occhi annoiati e strafottenti, il dramma di chi deve accettare una vita che non è abbastanza bella come la nostra fantasia riesce a immaginarla. Fuggire dalla sua città non era servito a liberarlo dal peso di quella responsabilità, dall’oppressione di quella colpa che nessuno gli imputava se non la sua stessa coscienza.
                Il suono della campana lo aveva liberato dall’imbarazzo che i suoi occhi lucidi e arrossati gli avrebbero provocato. Raccolse le sue cose e uscì da quella classe salutando senza voltarsi.
                <<Di unni ti vinni di farici ‘sta dumanna?>>*
                <<Minchia, nun ci capì n’cazzu. Chi vuleva diri?>>**
                <<Chi sacciu. Mi vinni u duluri testa.>>***
                <<Intantu st’ura scapulau.>>****

 

Traduzione: * Perché gli hai fatto questa domanda?
                        ** Non ho capito cosa volesse dire.
                       *** Non ne ho idea. Mi è venuto il mal di testa.
                       **** Comunque quest’ora è passata.
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Informazioni su Antonio Tomarchio

Poeta e scrittore. Autore dei libri "Il Robot e altre storie" e "Il Mostro". Vedi tutti gli articoli di Antonio Tomarchio

13 responses to “Il Professore

  • Laura

    Trovo che insegnare sia una professione molto difficile, bellissimo questo post, sono contenta di leggerti Antonio, un abbraccio grande, 🙂

  • tachimio

    Mi hai sinceramente commosso caro Antonio. Un pezzo bellissimo ricco e profondo.Veramente bravo caro scrittore mio. Un bacione. Isabella. Ps Avevo notato la tua assenza, ma anch’io sono stata molto impegnata in questo periodo ( a fare la nonna). Comunque ora spero di riprendere il mio spazio qui. Per ora ti lascio il mio abbraccio e un bentornato con sorriso.

  • caterina rotondi

    Bentornato Antonio.
    Vedo che stai in ottima forma :))
    Un racconto….un pezzo di vita,molto profondo…che ognuno di noi “credo” abbiamo passato,chi più chi meno.
    Grazie carissimo.
    Buon lavoro :*
    Caterina

  • ili6

    Gran bel post, che fa riflettere, specie chi questo mestiere tanto bello e tanto complesso, lo svolge ogni giorno e ne ha fatto ragione di vita, nonostante tutto e tutti.
    Il finale della tua storia è disarmante: non ascoltano, non si interessano all’ascolto e i professori non hanno bacchette magiche. ma devono provarci sempre perchè loro, i bambini, i ragazzi, sanno a volte sorprenderti e darti, improvviso, ciò che aspettavi da tempo e per cui hai lavorato sodo.

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