Racconti brevi


Il Professore

prof

                Era una giornata di fine estate e il sole scaldava ancora i volti annoiati e assonnati dei ragazzi che, seduti sul muretto e sugli scalini della scuola, attendevano il suono della campana. Le risate e le voci dei maschi, che si raccontavano le loro avventure e i viaggi nelle località delle vacanze, erano interrotte dai gridolini e dagli acuti delle voci femminili. Un gioco di sguardi e di sorrisi, di occhi che si abbassano timidamente a guardare l’asfalto grigio, di guance che diventano rosse, di visi che si girano dall’altra parte per cercare di nascondere imbarazzo e desiderio. Era un primo giorno di scuola come tanti, pieno d’incertezze e di speranze, di gioia e di tristezza, di voglia di guardare al futuro e di desiderio di tornare indietro a godersi il mare e le vacanze. Piccole storie d’amore finite e altre da cominciare, problemi, drammi, tragedie familiari ma anche gioia e serenità, erano facilmente leggibili negli occhi degli studenti per quel vecchio professore che stancamente saliva quei gradini, consapevole di dover affrontare un nuovo anno e degli studenti diversi.
                L’aula era chiassosa e disordinata, i banchi e la cattedra erano logori e i muri sporchi ma, in fondo, l’aveva voluta lui quella scuola. Aveva chiesto il trasferimento in un altro istituto, non poteva più restare nella sua vecchia scuola per tutto quello che era successo e per gli sguardi accusatori dei colleghi e dei genitori. Era un peso insopportabile per la sua coscienza, sapeva di essere innocente, ma non riusciva a perdonarsi di non averlo capito in tempo e di non essere riuscito a evitarlo. Un sonoro “Buongiorno ragazzi” aveva fatto calare il silenzio e tutti gli sguardi, d’improvviso, erano rivolti su di lui.
                <<Io sono il vostro nuovo professore di Italiano. Il vostro precedente professore è andato in pensione.  Pretendo attenzione e silenzio durante le mie lezioni, se avete dei dubbi o non capite qualcosa, non esitate a chiedere spiegazioni. Per quanto possibile cercherò di aiutarvi e mi soffermerò sugli argomenti più difficili ma abbiamo un programma da completare e i tempi ristretti non ci consentono di prolungarci troppo quindi mi aspetto che seguiate senza distrarvi ogni mia parola.>>
                Qualche mormorio aveva spezzato il silenzio, alcuni commenti sommessi, accompagnati da sorrisi, avevano svelato quali erano gli studenti con cui avrebbe dovuto impegnarsi di più. Aveva già visto il registro dell’anno precedente e aveva parlato con i colleghi ma non era facile ricordare tutti quei volti e associarli a tutti quei nomi e cognomi. Un dolore allo stomaco lo colse al pensiero di dover ricominciare tutto da capo e il ricordo dei suoi studenti che già conosceva bene, gli fece rimpiangere di aver preso la decisione di cambiare città. Cercò di nascondere il suo disagio mascherandolo con un sorriso e decise di cambiare il suo approccio al primo giorno d’insegnamento.
                <<Useremo questa prima ora di lezione per conoscerci meglio. Potete farmi delle domande, se volete, altrimenti le farò io a voi per capire qual è la vostra conoscenza della materia.>>
                Nessuno osò farsi avanti e il mormorio era diventato sempre meno sommesso.
                <<Vi ho detto di farmi delle domande per conoscerci meglio non di chiacchierare tra di voi. Se non c’è niente che v’interessa sapere, comincerò a interrogarvi sul programma dell’anno scorso.>>
                Dopo un attimo di terrore, facilmente intuibile guardando gli occhi degli studenti, qualcuno tra i più coraggiosi tentò di far passare quell’ora chiedendo qualcosa, anche se l’interesse per le risposte era davvero minimo.
                <<Professore, mi scusi. Lei non è di qui, vero?>>
                <<No, sono di Torino.>>
                <<Perché è qui in Sicilia?>>
                <<Per motivi personali>>, disse il professore sorreggendosi alla cattedra.
                Per un attimo l’insegnante si era sentito scoperto, temendo che gli studenti conoscessero la verità sul suo allontanamento da Torino.
                Un imbarazzante silenzio era sceso in quell’aula come l’ombra di una nuvola che copre i raggi del sole. Il professore era ormai deciso a porre fine a quel supplizio quando uno studente, seduto in fondo alla fila di banchi, alzò la mano per attirare l’attenzione.
                <<Che cos’è la vita?>> domandò il ragazzo.
                Una colossale risata esplose nella stanza coprendo il rumore delle auto che entrava dalla finestra aperta, proveniente dalla strada sottostante all’edificio scolastico.
                <<Silenzio!>> esclamò infuriato il professore.
                <<Pensate che sia una domanda banale o credete di conoscere la risposta? Volete provare a rispondere voi?>>
                Il silenzio fu l’unica risposta che ricevette.
                <<Non c’è un’unica risposta alla tua domanda. Le definizioni che trovate su tutti i social network, tutti gli aforismi più o meno azzeccati che leggete sul web, non bastano a spiegare cos’è la vita. Per ognuno di noi ha un valore diverso che cambia secondo i nostri stati d’animo. Quando siamo felici, la vita ci sembra meravigliosa mentre quando siamo tristi e depressi, ci può sembrare orribile. Gli scrittori, i poeti che avete studiato avevano visioni diverse legate alle proprie esperienze personali ma anche al carattere, all’educazione ricevuta, agli studi fatti. Non voglio farvi una lezione sul modo di vedere la vita degli altri né voglio dirvi la mia personale visione, ma vorrei che ognuno di voi ragionasse sul significato che date voi stessi alla vostra vita. Voi siete degli adolescenti e in ognuno di voi si stanno verificando dei cambiamenti sia fisici sia mentali, avete sensibilità diverse, ma sono sicuro che tutti vi siate poste questa domanda. Provate a inspirare e a espirare, fate dei respiri profondi. Sentite l’aria che entra ed esce dai vostri polmoni. Adesso mettete una mano sul vostro petto. Ascoltate il battito del vostro cuore. Non c’è dubbio che siete vivi, ma basta soltanto questo?>>
                Gli studenti avevano fatto i gesti che il prof aveva chiesto e senza capire bene dove volesse arrivare a parare, avevano risposto con un “No” alla sua domanda.
                <<Noi esseri umani siamo degli animali più evoluti, più intelligenti, ma siamo comunque animali. Che cos’è la vita per un animale? Tutti gli animali, sia chi vive un giorno solo sia chi sopravvive cento anni, nascono, crescono, cercano di mantenersi in vita con tutte le loro forze, si riproducono e muoiono. In fondo è questo che dovremmo fare anche noi umani, il significato oggettivo della vita, anche se può sembrare banale, è soltanto questo. La sopravvivenza della specie. Questo è il vero senso della vita.>>
                Un brusio accompagnava le parole del professore, gli studenti non sembravano convinti dalla sua spiegazione.
                <<So cosa state pensando, credete che io sia pazzo. Voi pensate che ci siano cose più importanti senza le quali la vita non avrebbe senso. Che cos’è la vita senza amore? Che cos’è la vita senza libertà? Che vita è un’esistenza piena di dolore e sofferenza? Noi siamo padroni della nostra vita e nulla ci può impedire di rinunciarvi se non dovesse soddisfare le nostre aspettative. Le nostre aspettative, però ci portano a vivere una vita irreale. Quando avrò soddisfatto i miei desideri, allora sì che sarò felice, allora sì che sarò realizzato, allora sì che sarò qualcuno. Solo quando avrò ottenuto quello che voglio, sarò felice. Se poi non ci dovessi riuscire, la vita sarebbe inutile. Se invece noi pensassimo: “Sento che non sono completo che mi manca qualcosa, sono aperto e disponibile a quello che verrà, ma intanto vivo oggi e sono felice; se verrà qualcos’altro, tanto meglio”. Quante volte avrete letto “Carpe diem”, cogli l’attimo, ma è realizzabile questo genere di vita? Si può vivere pensando solo al presente? Si può vivere senza cercare di realizzare i propri sogni, senza lottare per quello cui si crede? Restare in attesa che accada qualcosa di buono come se fosse la manna dal cielo? Aspettare che le cose succedano senza impegnarsi per farle accadere?>>
                Gli sguardi dei ragazzi sembravano smarriti come se non riuscissero a capire il senso di quelle parole.
                <<Non è importante quello che vi accade nella vita, che siate felici oppure no, che siate riusciti a ottenere quello che volevate o no. Anche se invece fosse importante, anche se voi foste rimasti delusi dalla vita, ricordatevi che è l’unica cosa che avete. Non c’è nulla dopo e anche se ci fosse, non è uguale alla vita che state vivendo. Inspirate ed espirate, questa è la vita. Accettatela così com’è, bella o brutta, è un’occasione, è un periodo che purtroppo finirà e che rimpiangerete di non aver saputo apprezzare fino in fondo.>>
                Un nodo alla gola interruppe le sue parole. Avrebbe voluto dirle a quel suo studente di Torino che si era tolto la vita, avrebbe voluto implorarlo di aspettare, di crescere. Le cose cambiano e il nostro modo di vedere la vita muta ogni giorno. Ciò che oggi ce la rende insopportabile ci farà crescere, ci darà più forza. Ciò che oggi ci fa desiderare di morire, domani forse ci farà sorridere. Non aveva capito, non aveva saputo cogliere in quello sguardo triste e malinconico il bisogno di aiuto, di una parola di conforto, di un po’ di attenzione. Aveva fallito nella sua missione di educare, si era limitato a insegnare nozioni senza curarsi di vedere oltre quegli occhi annoiati e strafottenti, il dramma di chi deve accettare una vita che non è abbastanza bella come la nostra fantasia riesce a immaginarla. Fuggire dalla sua città non era servito a liberarlo dal peso di quella responsabilità, dall’oppressione di quella colpa che nessuno gli imputava se non la sua stessa coscienza.
                Il suono della campana lo aveva liberato dall’imbarazzo che i suoi occhi lucidi e arrossati gli avrebbero provocato. Raccolse le sue cose e uscì da quella classe salutando senza voltarsi.
                <<Di unni ti vinni di farici sta dumanna?>>*
                <<Minchia, nun ci capì n’cazzu. Chi vuleva diri?>>**
                <<Chi sacciu. Mi vinni u duluri testa.>>***
                <<Intantu st’ura scapulau.>>****
Traduzione: * Perché gli hai fatto questa domanda?
                        ** Non ho capito cosa volesse dire.
                       *** Non ne ho idea. Mi è venuto il mal di testa.
                       **** Comunque quest’ora è passata.


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Imparando a volare

1994 Settembre
11 settembre 2001
          Il lungo marciapiede scorreva sotto i suoi passi lenti. I tacchi a spillo suonavano un ticchettio cadenzato e incessante su quella lingua di cemento grigio. Era quasi arrivata. Il grattacielo si ergeva maestoso e sembrava che osservasse stupito, dall’alto della sua cima, quei piccoli esseri frettolosi e incerti ai suoi piedi. Entrò e l’immensa hall la lasciò a bocca aperta. Una città di oltre cento piani con uffici, ristoranti, negozi e migliaia di persone indaffarate come formiche che si muovono veloci nel loro formicaio.
        Si diresse all’ascensore guardandosi intorno, nessuno la notò e nessuno avrebbe potuto fermarla, risoluta com’era nella sua decisione. Le luci indicavano i piani in un display azzurro mentre le sue orecchie sembravano come immerse in un liquido e i suoni arrivavano ovattati e incomprensibili. Deglutì più volte finché la campanella, che indicava l’apertura della porta, risuonò chiara nei suoi timpani. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la sua meta. L’ascensore era giunto all’ultimo piano ma lei doveva ancora salire delle scale per raggiungere la terrazza, il suo obiettivo finale.
       Il cielo terso e azzurro apparve ai suoi occhi abbagliati dal sole. Le girava la testa e il respiro era affannato. Il cerchio infinito dell’orizzonte era l’unico limite al suo sguardo come un lungo nastro che avvolge un’immensa sfera di cristallo. I suoi sensi vacillavano e un’attrazione fatale la spingeva ad avanzare verso il cornicione. Non riusciva a distogliere gli occhi da quel cielo infinito, allargò le braccia come un bambino che attende di essere sollevato dal papà. Un vento gelido la accolse facendo tremare le deboli gambe. Si sentiva leggera, svuotata da ogni piccola o terribile vicenda che l’aveva spinta lassù.
       La sua anima stava imparando a volare staccandosi dal quel peso terreno opprimente. I lacci che la legavano alla terra si erano spezzati e il suo sguardo si era perduto in quell’azzurro. Il suo cuore impazzito e agitato pulsava come se dovesse pompare sangue nelle sue grandi ali. Con gli occhi pieni di lacrime vide quell’ombra avvicinarsi, sentì il rombo del motore e l’esplosione di migliaia di vetri. Il caldo alito dell’inferno e l’orribile lezzo che emanava la avvolsero. Non erano le sue gambe che tremavano adesso, l’intero grattacielo oscillava e vibrava rumorosamente. Intuì che non c’era possibilità di ripensamenti, che quello era il suo giorno. Quello era il giorno in cui avrebbe imparato a volare o si sarebbe schiantata.
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Un papà

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       Marco era un ragazzo esile e solitario, aveva lo sguardo sempre perso tra le nuvole a inseguire pensieri e sogni. Aveva avuto un’adolescenza difficile, passata a sfuggire al bullo di turno, aveva ottenuto il diploma con fatica per la poca volontà di andare a scuola ad affrontare ragazzi ostili e cattivi. C’era lei però, Valeria che era stata un’amica dolce e preziosa, l’unica a capire il suo disagio e a restargli vicino nei momenti più difficili. Una grande amicizia che si trasforma in amore, un sentimento forte che diventa matrimonio e, dopo qualche anno, un figlio desiderato e amato che fortifica un legame fatto di rispetto e fiducia. La vita di Marco sembrava finalmente felice, anche se sentiva sempre un vuoto dentro, fatto d’insoddisfazione e paura.
       Una sorte malevola e dispettosa aveva portato via la sua Valeria per una stupida complicazione durante il parto. Era rimasto solo con il suo bambino, l’unica ragione della sua vita, un amore più grande di tutto. Occuparsi di suo figlio Giorgio, era diventato il suo unico motivo per vivere quella vita che, in fondo, non aveva mai amato.
       Era passato più di un anno quando conobbe Franco. Si erano conosciuti in un bar e avevano subito legato. Erano entrambi attratti da qualcosa d’inspiegabile, da qualcosa cui erano sfuggiti per anni rinnegando se stessi e i propri desideri più intimi e personali. Un amore vero, diverso da quello che aveva provato per la sua Valeria, un legame troppo forte, una catena che nessuno poteva spezzare.
       Trascorsero insieme dieci anni felici, si unirono civilmente e la loro famiglia era solida e serena. Giorgio cresceva sano e felice e amava i suoi due papà che si occupavano di lui senza mai fargli mancare nulla. Quella sorte malevola e dispettosa aveva voluto prendersi ancora gioco di lui e quando Marco aveva creduto di aver raggiunto la felicità e si sentiva finalmente appagato e pieno di voglia di vivere, fu colto da un malore e morì in breve tempo.
       Fu enorme il dolore del piccolo Giorgio che aveva però ancora un papà, un àncora cui aggrapparsi per sostenersi e un amore forte e bello come quello che solo un papà può darti. Franco amava il figlio di Marco come fosse suo e avrebbe sacrificato la vita per il suo bambino. Un giorno però, senza neanche aspettare che il dolore si fosse placato, si presentarono alla porta di casa sua due donne dei servizi sociali e due carabinieri. Gli mostrarono un foglio di carta firmato da un giudice in cui c’era scritto che avrebbero portato via il bambino perché lui non aveva alcun diritto. La legge non gli aveva consentito di adottare il figlio del suo amore e ora quel bambino, che non aveva più né un padre né una madre biologica, sarebbe finito in un orfanatrofio e non sarebbe più potuto stare col suo papà.
       Franco provò a reagire, tentò di impedire che portassero via il bambino ma un carabiniere lo trattenne e guardandolo con disprezzo gli urlo:

       << Stai fermo o ti arresto per oltraggio a pubblico ufficiale, frocio di merda>>.

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LA LUCE

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la luce
         La notte era scesa repentinamente come un sipario a coprire il frastuono e il via vai della gente. Il vento spazzava la strada e prendeva, tra le sue fredde braccia, fogli di giornale, rivoltandoli come se volesse leggerli.
         Voli di pipistrelli famelici sfioravano i lampioni a caccia di prede, di piccoli voli senza senso, inutili piroette nell’oscurità. Una falena urtava il vetro della mia finestra come se bussasse, impazzita nell’inutile tentativo di raggiungere la tenue luce della lampada da tavolo.
         Io scrutavo quel buio, quelle ombre muoversi alla debole luce della luna, osservavo tra le tenebre quella pallida figura. Il suo volto bianco ed etereo compariva all’improvviso tra le pareti domestiche.
         << Chi sei tu che turbi le mie notti, muovendoti lentamente tra i miei incubi? >>
         Non mi fai paura piccola creatura misteriosa. Non sei peggiore di questo vuoto, di questi sogni avvolti nella nebbia, di questa vita che annaspa tra le acque di un mare senza fine cercando di non perdere il respiro, lottando con le onde per rimanere a galla.
         Respirare, sentire l’aria fredda penetrare nei polmoni tenendo la testa fuori dall’acqua, un respiro dopo l’altro mentre sorsi d’acqua e sale scendono dalla gola, resistere e nuotare con tutta la forza rimasta per non farsi tirare giù, per non lasciarsi ingoiare da quelle acque scure.
     Tu appari ai miei occhi annebbiati incerta e indefinita, in silenzio mi guardi poi scompari nel nulla, resti un mistero, un’illusione, un gioco inspiegabile della mente, un’allucinazione.
     So che tornerai ed io ti aspetterò ancora.
         Il sole filtrava attraverso le persiane, facendo brillare i granelli di polvere come piccole stelle del mattino, il buio pian piano lasciava il posto alla luce ritirandosi come una pozza d’acqua che si asciuga. Il display della sveglia segnava le 11.00, sapevo di dovermi alzare, anche se nulla mi attendeva, anche se nessuno mi avrebbe cercato.
         Mi alzavo, dopo una lunga notte insonne, senza un motivo per farlo, ma riuscivo lo stesso a trovare la forza, scavando sul fondo di un barile ormai vuoto.
         Mi preparavo il caffè e sentivo il suo aroma saturare le stanze. Inspiravo fino a riempire i polmoni poi espiravo lentamente e sentivo la vita scorrere ancora nelle vene, la sentivo pulsare nel cuore.
         Un’altra giornata da riempire, altre ore cui dare un senso. Pensieri sotto i polpastrelli delle dita battevano veloci sulla tastiera, confusi e disordinati poi si allineavano e ritrovavano un ordine solo raccontando una storia. Personaggi prendevano vita, si materializzavano, si muovevano, parlavano, saltavano su fogli virtuali, su pagine bianche e luminose, si raccontavano, s’intrecciavano, si amavano, mi sfinivano.
         Le ore trascorrono veloci quando la mente è distante e la sera era scesa ancora, risucchiando la luce e ricoprendo di grigio ogni cosa.
         << Verrai ancora da me? Mi dirai finalmente chi sei? >>
         La vita trascorre monotona mentre l’alba e il tramonto scandiscono l’incessante sfiorire della nostra esistenza. Come la pulsazione ritmica di un metronomo, come l’oscillare del pendolo, il Sole determina l’inizio e la fine dei nostri giorni.
         Ogni mattina quello sguardo allo specchio è un po’ più spento, un’imperfezione, una ruga, un nuovo capello bianco, il diradarsi di quelli rimasti, osservi te stesso e non ti riconosci più. Provi a ricordare com’era il tuo viso quando eri ragazzo, ma è un’immagine sfocata, indefinita, ti vengono in mente le tante foto conservate in album ingialliti. Le guardi ed è come se vedessi le foto di un altro. Sai di essere tu, ricordi ancora la circostanza, il momento dello scatto, ma non sei più così da troppo tempo.
         Quel ragazzo non esiste, è morto, seppellito da un’infinità di secondi, di minuti, di ore, di giorni, un “Tic Tac” interminabile ne ha determinata la fine. Ora sei diverso mentre osservi i segni del tempo, le cicatrici che ogni dolore, ogni delusione, ogni amarezza, ogni lacrima ha lasciato sul tuo viso.
         Sono stanco, mentre frugo nella mia mente, mentre cerco tra i ricordi, parole, immagini, emozioni. La notte è lì che mi aspetta, inquietante, so che non troverò riposo, che i pensieri mi terranno sveglio, che non riuscirò a cacciarli via. Mi rigiro nel letto cercando di prendere sonno e sento il suo respiro affannoso.
         Lei dorme e mi cerca con la mano, è calda e indifesa, morbida e dolce. Mi avvicino, la tengo tra le braccia e lei posa il suo viso sul mio petto. Domani non sarai qui quando mi sveglierò, ti cercherò tra le lenzuola, annuserò il tuo cuscino, sentirò la tua assenza muoversi intorno a me, strisciare silenziosa sulla mia pelle.
         Certi letti sono troppo corti o forse uso troppi cuscini, il risultato è che mi sveglio sempre in diagonale, con la testa sul mio cuscino e i piedi dal suo lato per cercare un contatto con le sue gambe o per distendere le mie. Mi sveglia sempre il freddo delle lenzuola, il gelo che lascia la sua assenza. Mi ritraggo tornando al tepore della mia parte di letto, piego le ginocchia, mi tiro su sistemando i cuscini.
         I rumori della strada mi comunicano che è già tardi, che il mondo si è svegliato mentre io non ho nessuna voglia di alzarmi, vorrei sprofondare tra quelle lenzuola calde, passare dal sonno all’oblio e bere dal fiume Lete, dimenticare e passare oltre. Resto fermo a fissare l’armadio, ascoltando la gente, i loro rumori, la loro vita che passa sotto i balconi di casa mia. Sento urla di bambini e automobili che passano sui tombini, suonando sempre la stessa nota stonata, con la musica a tutto volume che fa vibrare i vetri delle mie finestre.
         E’ impossibile continuare a dormire, accendo l’abat-jour, mi metto seduto, sistemo meglio i cuscini e mi appoggio a essi, chiudo gli occhi, cerco la forza e un motivo per scendere dal letto. Non lo trovo mai un motivo, penso a come impiegherò la mia giornata, alle mille cose che potrei fare ma che non farò nemmeno oggi, troppe cose per le mie poche forze, troppe per la mia debole volontà.
         Penso un po’ al futuro, un po’ al passato e un po’ al presente, così, per non far torto a nessuno. Indosso gli occhiali per dipanare la nebbia che avvolge il mio sguardo. Chissà com’è il tempo fuori.
         << E’ l’ora, coraggio! Cazzo, vuoi alzarti o no? >> dico a me stesso.
         Due anime in me si scontrano, litigano tra loro, una mi rimprovera, mi dice che devo scuotermi che devo tornare a vivere, mi dice:
         << Forza, vestiti, esci, fai qualcosa >>
         L’altra invece mi culla dolcemente e mi dice:
         << Dove vorresti andare? Che cosa vorresti fare? Non c’è nulla per te fuori da qui. >>
         Intanto il tempo passa, il bruciore allo stomaco vince la mia pigrizia, il mio essere abulico si scontra con le mie necessità corporee e mi spinge fuori dal letto. Una piccola sosta nel bagno e poi la cucina e il caffè mi attendono.
         Mi muovo lentamente tra le stanze di casa mia, osservo i quadri, i mobili, la pittura del soffitto avrebbe bisogno di una tinteggiata, il tempo a ferito anche lei, il freddo e l’umidità hanno intaccato il suo colore originale.
         Un silenzio surreale mi dà l’esatta sensazione del vuoto che mi circonda, il sonno dei vicini avvolge il condominio, solo il rumore di qualche automobile che passa per la strada mi fa capire che non sono solo in questo piccolo cosmo che è la mia città.
         Ricordo quando venimmo a vedere l’appartamento dopo mesi di ricerca infruttuosa passati a girare con l’auto per le vie e per i paesi dove avremmo voluto abitare e tu che mi facevi arrabbiare perché guardavi me invece dei “vendesi”. Poi, finalmente, dopo averne viste una decina, l’abbiamo trovata la casa adatta a noi ma soprattutto ai pochi soldi di cui disponevamo. Ricordo i primi giorni, quando cominciammo i lavori di ristrutturazione, eravamo giovani, pieni di vita e di entusiasmo. La casa era piena dei nostri sogni, della nostra gioia, un angolo tutto nostro fuori dal mondo, al riparo dai problemi quotidiani, dalle brutture della vita, il posto in cui incontrarci dopo una giornata trascorsa lontani l’uno dall’altra.
         In queste stanze sento ancora l’eco delle nostre parole, del tuo ridere dolcemente a tutte le mie battute, sento il calore del nostro amore che scaldava i nostri giorni. In ogni angolo di questa casa c’è un ricordo, un gesto, una parola, un momento che abbiamo vissuto insieme, che fa parte di noi, della nostra vita passata.
         Adesso ti ascolto mentre ti prepari per andare a lavoro, sento i tuoi passi veloci, il profumo che spruzzi sui tuoi vestiti, sento l’acqua scorrere mentre lavi il tuo viso. Vorrei essere lì con te, scherzare, ridere ancora mentre prepari la colazione, invece, riappare lei, quella pallida e misteriosa creatura che non parla mai, mi fissa, mi cerca, sembra quasi invitarmi a seguirla.
         E’ passato un altro giorno, ne sono trascorsi talmente tanti che ho perso la cognizione del tempo. Non ricordo più il giorno in cui è successo, l’attimo in cui tutto ha avuto inizio, so soltanto che adesso mi ritrovo qui, tra queste mura, prigioniero. Ho tentato di aprire quella porta ma non ci sono riuscito.
         << Dove sono le chiavi? Chi c’è lì fuori? Che cosa mi aspetta? >> mi domando pieno di dubbi e di pensieri strani.
         Ho paura e la penombra mi risucchia lontano dalla porta, aspetto, provo a scrivere qualcosa per non pensare, mi rifugio sulla mia poltroncina, davanti alla mia scrivania. Com’è strana questa realtà, com’è diversa da prima. Poi percepisco il rumore della chiave, sento che la porta si sta aprendo. Sei tu, col tuo volto triste, sei tornata da me. Ti vedo mentre togli il cappotto, mentre posi la borsa.
         << Che cosa c’è amore mio? Perché non mi parli più? Perché eviti il mio sguardo e abbassi gli occhi? Perché non rispondi più alle mie domande? >>
         Ti osservo, i tuoi occhi adesso stanno piangendo, hai preso una mia fotografia e la porti dolcemente alle labbra, la stringi forte al petto e poi la rimetti al suo posto sulla libreria. Sistemi quei fiori lì davanti e accendi una candela.
         << Che cosa significa? Sono qui amore, non mi vedi? Ti prego guardami, non fare finta di non sentirmi. >>
         A un tratto un sospetto, un dubbio, fa vacillare le mie gambe.
         << Non riesco a crederci, non può essere vero. >>
         Riappare lei, la creatura misteriosa, mi fissa immobile, aspetta, poi indica un punto, una luce e mi porge la sua mano, m’invita ad andare con lei.
         << No, nessuno può portarmi via da qui, nessuno mi allontanerà da lei, dal mio unico amore. E’ lei la mia luce, è lei il mio paradiso. Vattene! Preferisco questa solitudine, questa noia, ma non posso rinunciare a lei. Lasciami stare qui, ti prego. >>
         Adesso ricordo, i vostri vestiti neri, le vostre lacrime, la chiesa, i fiori, quello era il mio corpo, ero io quello.
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Profumo di donna
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         << Ciao Sarah, io vado via, si è fatto troppo tardi e devo scappare. >>
         << Non preoccuparti Jenny, io resto ancora un po’. Ho del lavoro da terminare entro stasera e se non finisco in tempo, domani il Capo, nella migliore delle ipotesi, mi ucciderà. >>
         << Non c’è rimasto più nessuno in ufficio. Non hai paura a restare qui da sola? >>
        << Paura di cosa? Siamo al ventesimo piano di un grattacielo al centro di Manhattan, non siamo nel Bronx. Che cosa pensi che possa succedermi? >>
         << Non lo so, ma io al posto tuo non starei così tranquilla a quest’ora in un grattacielo in cui ci sono solo uffici vuoti. >>
         << Sei la solita fifona, stai tranquilla non mi succederà niente. >>
         Jenny era andata via e il silenzio era piombato nella grande sala vuota, soltanto il ticchettio della tastiera e il ronzio delle ventole del Pc spezzavano quell’assurda mancanza di rumore. Le parole della sua amica le avevano messo un’ansia tremenda, le sentiva risuonare nella sua mente e i suoi sensi adesso erano attenti a ogni minimo rumore. Ogni scricchiolio, ogni minimo bisbiglio o alito di vento la faceva sussultare distogliendola dallo schermo del computer. Più volte Sarah si era voltata impaurita per controllare che non ci fosse nessuno alle sue spalle.
         La sensazione che ci fosse qualcuno a osservarla non le permetteva di concentrarsi sul lavoro da svolgere, cercò di allontanare quei pensieri per dedicarsi solo alla relazione sulla gestione delle attività aziendali che necessariamente doveva essere sul tavolo del Capo entro l’indomani mattina. Aveva la sensazione che qualcuno si avvicinasse lentamente a lei, pensò che fosse solo la tensione, la paura di trovarsi da sola in quegli uffici e in quel grattacielo a provocarle quel brivido lungo la schiena. Non volle voltarsi, decise che nessuno poteva distoglierla dal suo lavoro, ma quando quella mano gelida si posò sulla sua spalla non poté trattenere un urlo di terrore.
         << Signorina Davies! Non si spaventi, sono Tommy, l’addetto alle pulizie. >>
         << Oh Dio Tommy! Per poco non mi viene un infarto, maledizione, potevi farti sentire, non dirmi che è già così tardi? >> disse la donna, mettendosi una mano sul petto e ansimando come se avesse fatto una lunga corsa.
         << Sì Signorina Davies, sono le 23.00, io dovrei pulire e chiudere gli uffici. Dovrebbe interrompere e lasciarmi lavorare, per favore.  >>
        << Scusami Tommy, se non ti dispiace, comincia da un’altra stanza, io ho quasi finito >> esclamò Sarah, cercando di riprendersi dallo spavento.
           << Va bene, però si sbrighi o la chiudo qui dentro >> disse il ragazzo, mostrando un sorriso ironico e beffardo.
         Sarah sentiva ancora rimbombare il suo cuore nel petto, ma la presenza di quel ragazzo le teneva compagnia e attenuava la sua paura. Aveva finito la relazione, finalmente poteva andare via, inviò la mail al suo Capo, raccolse le sue cose e si affrettò a uscire dall’ufficio. Si recò verso l’ascensore, premette il pulsante e rimase in attesa. Sentiva l’eco di passi risuonare lungo i grandi corridoi che separavano gli uffici gli uni dagli altri, pensò che fossero del personale addetto alle pulizie, ma ormai una strana paura si era impossessata di lei.
         << Maledizione Jenny, le tue paure sono contagiose. Lavoro in questi uffici da vent’anni e non ho mai avuto così tanta paura come stasera >> pensava, mentre le porte dell’ascensore si spalancavano davanti a lei.
         Era giunta in strada, aveva guardato in giro nella speranza di scorgere un taxi passare da quella via, ma non c’era anima viva, decise quindi di andare a prendere la metro. Continuava a sentire dei passi dietro di lei, come se qualcuno la seguisse, provò a fermarsi e notò che anche quel leggero rumore cessava subito dopo il battere dei suoi tacchi sull’asfalto. Il suo cuore aveva ricominciato a battere veloce, il suo respiro era nuovamente diventato affannoso mentre aveva accelerato il suo solito incedere a piccoli passi. Avrebbe voluto correre, chiedere aiuto a qualcuno, gridare, ma continuava a voltarsi e non vedeva nessuno dietro di sé, pensò di avere le allucinazioni, forse la paura le faceva immaginare dei rumori che in realtà non esistevano.
         Per fortuna alla stazione della metro c’erano altre persone che, come lei, aspettavano il passaggio del treno. Si sentì rincuorata, anche se in ognuna di quelle persone vedeva dei potenziali aggressori. Soprattutto la figura di un uomo, di cui non riusciva a scorgere il viso a causa della penombra e del cappuccio della felpa che indossava, aveva attirato la sua attenzione. Sarah sentiva che gli occhi di quell’uomo la fissavano, sentiva quello sguardo che toccava il suo corpo come delle mani bramose della sua carne.
         Salì velocemente nel treno e si sedette sul primo posto libero che vide, quell’uomo era salito nel suo stesso vagone e si era seduto voltandole le spalle per non farsi vedere in viso.
         << Cavolo, non succederà mai più che esco così tardi dall’ufficio, il Capo sarà anche un bastardo ma non mi licenzierà certo per un piccolo ritardo >> pensava, mentre scrutava nervosamente l’orologio da polso.
         Era finalmente giunta a casa, per fortuna il suo appartamento non si trovava distante dalla stazione della metro, aveva chiuso a chiave ed era rimasta con le spalle poggiate alla porta mentre sentiva le gambe tremare ancora per la paura che l’aveva accompagnata fino a quel momento. Adesso finalmente aveva ritrovato la sua sicurezza, dentro casa sua poteva stare tranquilla. Si tolse la giacca e le scarpe, si sfilò la gonna, i collant e si sbottonò la camicetta mentre andava in punta di piedi verso il bagno. Insaponò il viso e si tolse il trucco, poi si slacciò il reggiseno e rimase in mutandine, infine aprì il frigorifero per prepararsi qualcosa da mangiare.
         Sarah era single, aveva avuto alcuni uomini nella sua vita ma ne aveva amato soltanto uno col quale aveva convissuto alcuni anni. Quella storia era finita e lei non era più riuscita a trovare l’uomo giusto, tutti quelli che si erano fatti avanti non erano come li avrebbe voluti lei, forse perché continuava a paragonarli al suo unico amore. Uno era troppo basso, uno troppo alto, uno troppo grasso, uno non era al suo stesso livello sociale, un altro non era abbastanza intelligente, ne aveva scartati parecchi e, ora che aveva passato da un po’ la quarantina, cominciava a rivalutare le sue scelte rendendosi conto di aver preteso troppo. In fondo, alcuni di quelli che aveva scartato, non erano così male e se avesse fatto meno la difficile forse avrebbe avuto un marito da amare e dei figli da accudire.
         Il suo orologio biologico le ricordava incessantemente che si stava facendo tardi, che aveva perso troppe occasioni e che non c’era più il tempo per aspettare il principe azzurro. Adesso però le occasioni erano sempre meno e gli uomini che ci provavano con lei erano sempre peggiori, i migliori si erano già sposati e i pochi ancora single erano pieni di stranezze e di difetti. Qualche volta aveva pensato di essere anche lei un po’ strana per non essere riuscita ad avere un rapporto normale con nessun uomo e per aver visto naufragare le poche storie che l’avevano intrigata. Come la volpe che disprezza il grappolo d’uva che non riesce a raggiungere, aveva cominciato a parlare male degli uomini con le sue amiche attirandosi le antipatie di quei pochi che erano ancora liberi e che avrebbero potuto interessarsi a lei.
         Aveva provato di tutto per conoscere degli uomini che non facessero parte della sua cerchia di amici e colleghi, i social networks, le chat, persino lo “speed date”, ma quegli appuntamenti al buio, quegli incontri occasionali erano stati una delusione, la realtà era ben diversa dai film romantici che amava vedere. Sarah sentiva il bisogno di essere amata, di avere un uomo nella sua vita che la proteggesse, che si occupasse di lei, che la aiutasse in tutte quelle cose che erano troppo impegnative per una donna di mezza età sola e indifesa. Era stanca di vivere in solitudine e sentiva il bisogno impellente di avere un figlio, ogni volta che vedeva un neonato o un cucciolo, i suoi occhi diventavano lucidi e riusciva a stento a trattenere le lacrime.
         Aveva preso dal frigo del cibo congelato e stava per metterlo nel forno a microonde quando improvvisamente tutte le luci si spensero.
         << Cavolo! Non ci voleva, deve essere saltata la corrente >> pensò, mentre vagava per la casa alla cieca in cerca di una candela.
         Ebbe di nuovo quella sensazione di essere osservata, avvertiva la presenza di qualcuno tra le mura domestiche, sentiva ancora quello sguardo posarsi sulla sua pelle nuda e il terrore impossessarsi di ogni atomo del suo corpo. Si voltò di scatto e vide l’ombra di un uomo con il capo coperto da un cappuccio a pochi passi da lei, tentò di urlare ma una mano si posò rapidissima sulla sua bocca impedendoglielo. Un odore acre penetrava dalle sue narici e gli faceva girare la testa, sentì le forze venirgli meno e cadde priva di sensi.
         Trascorsero alcuni minuti, poi un bruciore attorno alle labbra la fece svegliare, si sentiva confusa e aveva un forte mal di testa. Sentiva che qualcosa copriva i suoi occhi e la sua bocca e le impediva di vedere e di urlare, provò a muoversi ma delle corde le stringevano i polsi e le caviglie. Era immobilizzata, sdraiata sul letto con le braccia e le gambe divaricate, era totalmente in balìa di quell’uomo. Sarah avrebbe voluto implorarlo di non farle del male ma non riusciva a pronunciare nessuna parola mentre la benda che copriva i suoi occhi cominciava a inzupparsi delle sue lacrime.
         Non aveva mai provato una paura così grande, si sentiva impotente e sapeva che quell’uomo poteva farle qualunque cosa, nessuno sarebbe corso in suo aiuto e nessuno avrebbe percepito la sua disperazione. Sentì qualcosa di freddo e metallico, come la lama di un coltello o la canna di una pistola, sfiorare la sua pelle, la sentiva scendere lentamente dal collo fino alle spalle, poi sul seno, sui capezzoli, sullo stomaco, sul ventre e infine tra le gambe. Il freddo metallo accarezzava il suo corpo completamente nudo, la sua pelle s’increspava e lunghi brividi percorrevano la sua schiena, sentì la bocca calda e umida dell’uomo avvolgere i suoi capezzoli turgidi e baciarle il seno delicatamente.
         Il suo corpo era teso come la corda di un violino, il cuore sembrava impazzito, pareva scoppiarle nel petto, l’incertezza per la propria vita adesso si accompagnava alla certezza che sarebbe stata sicuramente violentata, in cuor suo sperava che quell’uomo si potesse accontentare e che le avrebbe almeno risparmiato la vita. Sentiva l’alito caldo e la lingua dell’aggressore ripercorrere lo stesso percorso del metallo, lo sentì soffermarsi sulle sue cosce lisce e levigate, nonostante l’età, e infine sul suo pube glabro. Sentiva quell’uomo annusare le sue parti intime, poi percepì che si allontanava rapidamente da lei.
         << Che cosa ti aspettavi? Dopo un giorno intero passato in ufficio >> pensò, meravigliandosi di aver partorito una frase simile.
         << Signorina Davies! Si svegli! E’ rimasta soltanto la sua scrivania da pulire >> disse ad alta voce Tommy mentre la scuoteva.
         Sarah ebbe un sussulto, si voltò improvvisamente fissando, con la bocca e gli occhi spalancati, il viso sorridente del ragazzo.
         << Cazz…! Mi sono addormentata come una stupida, che incubo orribile …>> esclamò sbadigliando.
        << Io ho quasi terminato Signorina, se vuole, posso darle un passaggio, è già passata la mezzanotte ed è pericoloso per una donna da sola avventurarsi per le strade. >>
         << Grazie Tommy, lo accetto volentieri >> esclamò ricambiando il sorriso del ragazzo.
         Uscirono insieme, dopo aver spento le luci e chiuso tutte le porte, presero l’ascensore e in breve tempo furono fuori dall’edificio.
         << Brr… che freddo! Lì c’è la mia macchina… >> disse il ragazzo, indicando col braccio un punto della strada e coprendosi il capo col cappuccio della felpa.

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Omicidio perfetto
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                << La donna stava lavando i piatti, il marito era seduto al tavolo della cucina e guardava la TV. Non si sono accorti di nulla. Ho fatto entrare il gas narcotizzante dalle prese d’aria, pochi istanti e hanno perso conoscenza. Introdurmi in casa è stato un gioco da ragazzi, non ho lasciato nessun segno di effrazione né impronte, ho preso prima la donna e l’ho posata sul letto, poi il marito, per fortuna non pesavano molto, l’ho tenuto seduto accanto a lei e con il coltello che ho preso dalla cucina, ho colpito la donna con diverse coltellate. Gli spruzzi di sangue sono finiti sul pigiama dell’uomo, sapevo che potevo sfidare chiunque a capire che non era stato il marito a ucciderla. Poi ho messo il corpo dell’uomo accanto a quello della moglie e con lo stesso coltello, stretto ancóra nella sua mano, gli ho tagliato la gola. Tutto è andato come avevo previsto, nessuno ha sospettato di niente. La polizia ha avuto la soluzione, semplice, ovvia. Perché indagare? Un chiaro caso di omicidio suicidio e che importa se i parenti e gli amici hanno detto che si amavano e che mai avrebbero fatto una cosa simile. L’autopsia in questi casi è soltanto una formalità nessuno farebbe un test tossicologico per cercare del gas narcotizzante, in realtà non so se il gas lasci qualche traccia, ma sono sicuro che di fronte all’evidenza nessuno indaghi, tutto è archiviato in breve tempo. E’ stato un omicidio perfetto, l’ennesima opera d’arte. >>
         << Tu sei pazzo, perché lo racconti a me? Pensi che potrei assolverti dai tuoi peccati? Pentiti! Vai a costituirti e forse Dio avrà pietà della tua anima. >>
         << Che cosa dice Padre? A me non interessa la sua assoluzione né quella del suo Dio. Io sono un artista e un vero artista non si pente mai di aver creato un’opera d’arte. Crede che Michelangelo si sia pentito di aver dipinto la Cappella Sistina? >>
         << Sei solo un assassino! Un pazzo criminale! >>
         << Senti da quale pulpito viene la predica. La chiesa ha commesso, ha fatto commettere e si è resa complice di milioni di omicidi. Ha dimenticato il tribunale dell’inquisizione? Tutte le persone che avete bruciato vive? Le guerre che sono state fatte in vostro nome? Il vostro colpevole silenzio sull’olocausto? Lei non può giudicarmi Padre, lei deve soltanto ascoltare. >>
         << Perché sei venuto da me? Non hai paura che possa raccontare tutto alla polizia? >>
         << Lei è un prete ed è tenuto a rispettare il segreto confessionale, non può tradirmi. Un artista vorrebbe far vedere le sue opere al mondo intero, io mi devo accontentare di lei per far vedere la grandezza delle mie opere. >>
         << Come fai a definire opere d’arte degli omicidi? >>
         << Come potrei definirli altrimenti? Ne ho commessi a decine e nessuno a mai sospettato di me. Incidenti, regolamenti di conti tra mafiosi, morti naturali, omicidi in cui è stato accusato un innocente. Ho sempre fatto tutto talmente bene che a nessuno è mai venuto il sospetto che l’evidenza fosse diversa dalla realtà. Il mio capolavoro è stato fare accusare quella madre dell’omicidio del figlioletto. Ho spiato quella famiglia per mesi, ho trovato il momento giusto quando la signora è uscita da casa per accompagnare l’altro figlio allo scuolabus, sono entrato dal garage, il bambino dormiva, mi sono coperto col pigiama della madre e gli ho sfondato il cranio a martellate, poi sono uscito da dove ero entrato, nessuno mi ha visto. E’ stato divertente seguire le indagini e il processo, non le ha creduto nessuno per quanto potesse gridare la sua innocenza, anni d’indagini, perizie della polizia scientifica e non hanno capito. Sono stato bravo, non ho lasciato alcuna traccia del mio passaggio. Un capolavoro, la mia più grande opera d’arte. >>
         <<Maledetto assassino! Perché hai scelto me tra tanti preti? Perché mi tormenti? Perché vuoi che io condivida con te questi crimini? >>
         << Hai dimenticato Padre? Non ricordi più le tue mani avide sul mio corpo di bambino? Le tue carezze proibite, i tuoi baci che violavano la mia innocenza? Dov’era il tuo Dio mentre abusavi di me? >>
         << Chi sei tu? >>
         << Lo hai fatto a così tanti bambini che non ti ricordi più di me vero? Lurido porco. >>
         << Vattene via! Esci da questa chiesa! Tu sei il diavolo. >>
         << Anche tu sei un diavolo, ti sei travestito da prete e ora brucerai vivo dentro la tua chiesa. >>
         L’uomo si allontanò mentre la piccola chiesa di campagna prendeva fuoco, le urla del parroco risuonavano nel silenzio della notte, la luna e le stelle brillavano nel cielo limpido, indifferenti alle piccole tragedie umane.
         Una stufa dimenticata accesa, un banale incidente. Un povero prete di campagna, vittima del freddo, è morto con un’orribile espressione di terrore sul suo viso carbonizzato.
 


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“Questi racconti sono opere di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.”

8 responses to “Racconti brevi

  • non solo parole

    Molto bello, devo ammettere che non mi aspettavo questo finale…scrivi proprio bene, riesci a coinvolgere chi ti legge, a medesimarsi in quei racconti ma soprattutto riesci a non far scoprire subito il finale…
    Complimenti, devo ammettere che questo finale è riuscito a farmi scendere una lacrima, molto intenso veramente…
    Ciao,
    un grosso abbraccio
    buona serata 😉
    Maria

    • Antonio Tomarchio

      Grazie Maria. I complimenti sono sempre graditi. Quando ho cominciato a scrivere questo racconto non sapevo ancora come sarebbe finito quindi mi fa molto piacere che ti sia piaciuto. Scrivere non è il mio mestiere ma mi piace molto farlo e spero di riuscire ancora a trasmettere delle emozioni. Un grande abbraccio.

  • afinebinario

    Miiii … che magone m’è venuto. 😦 Io mica me l’aspettavo finisse così. 😦
    Mi piace molto come scrivi e non ho resistito a leggere tutto il racconto dall’inizio alla fine. Perchè vedi, tu lo sai, come si dice? “la curiosità è femmina”, ero rimasta con l’ultima frase … mi fissa, mi cerca, sembra quasi invitarmi a seguirla. Ed io mi sono incamminata, ho sfogliato il tuo blogghino et voilà … il raccontino completo. 😉
    Bravo Antonio, mi è piaciutissimo se non fosse per il magone che m’è rimasto … te hai la mente diabolica te lo dico io! 🙂
    Ti lascio un abbraccio tutto pastrugnato di paura …..

    • Antonio Tomarchio

      Non voleva essere un racconto da “paura” ma una storia d’amore che va oltre i confini terreni. Solo l’amore può farlo, solo l’amore può legarci a tal punto da rinunciare al paradiso, alla vicinanza di Dio, a “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Mi dispiace per il magone ;-). Ti ringrazio per i complimenti e ricambio l’abbraccio.

  • lemiestraneidee

    Letti tutti e due tutti d’un fiato !! 🙂 bellissimi … io leggo tantissimo e devo dire che hai un grande potenziale, in un mondo dove purtroppo chiunque scrive un “libro” senza esserne capace, tu dovresti fare una bella raccolta di questi piccoli capolavori e cercare di farli pubblicare … 😉 bellissimi !!

    • Antonio Tomarchio

      Grazie. In realtà questi due racconti li ho scritti un po per gioco, così per pubblicare qualcosa. La mia passione sono i racconti di fantascienza e ho già scritto un libro in cui ne ho raccolti una decina, sto tentando di farmeli pubblicare ma i tempi sono lunghi e gli editori lungimiranti disposti a investire sugli esordienti sono davvero pochi. Ciao.

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