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Il ritorno

Tratto da Il Robot cap IV
Quando Lucas uscì dall’ufficio del padre, si sentì sollevato e felice per essere tornato e per averlo rivisto. Da quando sua madre era morta, il suo vecchio genitore rappresentava l’unico legame di sangue e l’unica famiglia che aveva. Ripensò a Dana e al progetto di sposarla e avere dei bambini con lei. Sapeva che il rapporto non poteva più essere ricucito e che averla abbandonata senza nessuna spiegazione né un saluto aveva provocato una ferita troppo profonda e insanabile. Sentì un dolore insopportabile e i suoi occhi diventarono lucidi. Sarebbe voluto tornare indietro per ascoltare i consigli del suo amico, non sarebbe mai dovuto andar via, non in quel modo.
Senza quasi rendersene conto si trovò davanti all’abitazione di Dana. Lucas rimase in auto, incerto sul da farsi, per alcuni minuti, non sapeva se scendere e provare a scusarsi o se andare via e arrendersi all’evidenza che ormai l’aveva perduta per sempre. Alla fine prese l’unica decisione possibile, accese l’auto e andò via. La strada che l’avrebbe riportato a casa sembrava interminabile, la percorreva con la voglia di premere al massimo l’acceleratore e lasciare al destino la scelta di farlo vivere o morire.
Lo squillo del cellulare lo distolse dai suoi pensieri facendolo ripiombare nella realtà. I fari delle auto luccicavano come stelle attraverso il filtro delle lacrime che bagnavano i suoi occhi. Si passò una mano sulle palpebre cercando di mettere bene a fuoco la strada davanti a sé e, dopo aver schiarito la voce, toccò l’icona della cornetta telefonica sullo sterzo e rispose alla chiamata.
<<Pronto!>>
<<Lucas, dove sei?>>
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Il Professore

prof

                Era una giornata di fine estate e il sole scaldava ancora i volti annoiati e assonnati dei ragazzi che, seduti sul muretto e sugli scalini della scuola, attendevano il suono della campana. Le risate e le voci dei maschi, che raccontavano le loro avventure e i viaggi nelle località delle vacanze, erano interrotte dai gridolini e dagli acuti delle voci femminili. Un gioco di sguardi e di sorrisi, di occhi che si abbassano timidamente a guardare l’asfalto grigio, di guance che diventano rosse, di visi che si girano dall’altra parte per cercare di nascondere imbarazzo e desiderio. Era un primo giorno di scuola come tanti, pieno d’incertezze e di speranze, di gioia e di tristezza, di voglia di guardare al futuro e di desiderio di tornare indietro a godersi il mare e le vacanze. Piccole storie d’amore finite e altre da cominciare, problemi, drammi, tragedie familiari ma anche gioia e serenità, erano facilmente leggibili negli occhi degli studenti per quel vecchio professore che stancamente saliva quei gradini, consapevole di dover affrontare un nuovo anno e degli studenti diversi.
                L’aula era chiassosa e disordinata, i banchi e la cattedra erano logori e i muri sporchi ma, in fondo, l’aveva voluta lui quella scuola. Aveva chiesto il trasferimento in un altro istituto, non poteva più restare nella sua vecchia scuola per tutto quello che era successo e per gli sguardi accusatori dei colleghi e dei genitori. Era un peso insopportabile per la sua coscienza, sapeva di essere innocente, ma non riusciva a perdonarsi di non averlo capito in tempo e di non essere riuscito a evitarlo. Un sonoro “Buongiorno ragazzi” aveva fatto calare il silenzio e tutti gli sguardi, d’improvviso, erano rivolti su di lui.
                <<Io sono il vostro nuovo professore di Italiano. Il vostro precedente professore è andato in pensione.  Pretendo attenzione e silenzio durante le mie lezioni, se avete dei dubbi o non capite qualcosa, non esitate a chiedere spiegazioni. Per quanto possibile cercherò di aiutarvi e mi soffermerò sugli argomenti più difficili ma abbiamo un programma da completare e i tempi ristretti non ci consentono di prolungarci troppo quindi mi aspetto che seguiate senza distrarvi ogni mia parola.>>
                Qualche mormorio aveva spezzato il silenzio, alcuni commenti sommessi, accompagnati da sorrisi, avevano svelato quali erano gli studenti con cui avrebbe dovuto impegnarsi di più. Aveva già visto il registro dell’anno precedente e aveva parlato con i colleghi ma non era facile ricordare tutti quei volti e associarli a tutti quei nomi e cognomi. Un dolore allo stomaco lo colse al pensiero di dover ricominciare tutto da capo e il ricordo dei suoi studenti che già conosceva bene, gli fece rimpiangere di aver preso la decisione di cambiare città. Cercò di nascondere il suo disagio mascherandolo con un sorriso e decise di cambiare il suo approccio al primo giorno d’insegnamento.
                <<Useremo questa prima ora di lezione per conoscerci meglio. Potete farmi delle domande, se volete, altrimenti le farò io a voi per capire qual è la vostra conoscenza della materia.>>
                Nessuno osò farsi avanti e il mormorio era diventato sempre meno sommesso.
                <<Vi ho detto di farmi delle domande per conoscerci meglio non di chiacchierare tra di voi. Se non c’è niente che v’interessa sapere, comincerò a interrogarvi sul programma dell’anno scorso.>>
                Dopo un attimo di terrore, facilmente intuibile guardando gli occhi degli studenti, qualcuno tra i più coraggiosi tentò di far passare quell’ora chiedendo qualcosa, anche se l’interesse per le risposte era davvero minimo.
                <<Professore, mi scusi. Lei non è di qui, vero?>>
                <<No, sono di Torino.>>
                <<Perché è qui in Sicilia?>>
                <<Per motivi personali>>, disse il professore sorreggendosi alla cattedra.
                Per un attimo l’insegnante si era sentito scoperto, temendo che gli studenti conoscessero la verità sul suo allontanamento da Torino.
                Un imbarazzante silenzio era sceso in quell’aula come l’ombra di una nuvola che copre i raggi del sole. Il professore era ormai deciso a porre fine a quel supplizio quando uno studente, seduto in fondo alla fila dei banchi, alzò la mano per attirare l’attenzione.
                <<Che cos’è la vita?>> domandò il ragazzo.
                Una colossale risata esplose nella stanza coprendo il rumore delle auto che entrava dalla finestra aperta, proveniente dalla strada sottostante all’edificio scolastico.
                <<Silenzio!>> esclamò infuriato il professore.
                <<Pensate che sia una domanda banale o credete di conoscere la risposta? Volete provare a rispondere voi?>>
                Il silenzio fu l’unica risposta che ricevette.
                <<Non c’è un’unica risposta alla tua domanda. Le definizioni che trovate su tutti i social network, tutti gli aforismi più o meno azzeccati che leggete sul web, non bastano a spiegare cos’è la vita. Per ognuno di noi ha un valore diverso che cambia secondo i nostri stati d’animo. Quando siamo felici, la vita ci sembra meravigliosa mentre quando siamo tristi e depressi, ci può sembrare orribile. Gli scrittori, i poeti che avete studiato avevano visioni diverse legate alle proprie esperienze personali ma anche al carattere, all’educazione ricevuta, agli studi fatti. Non voglio farvi una lezione sul modo di vedere la vita degli altri né voglio dirvi la mia personale visione, ma vorrei che ognuno di voi ragionasse sul significato che date voi stessi alla vostra vita. Voi siete degli adolescenti e in ognuno di voi si stanno verificando dei cambiamenti sia fisici sia mentali, avete sensibilità diverse, ma sono sicuro che tutti vi siate poste questa domanda. Provate a inspirare e a espirare, fate dei respiri profondi. Sentite l’aria che entra ed esce dai vostri polmoni. Adesso mettete una mano sul vostro petto. Ascoltate il battito del vostro cuore. Non c’è dubbio che siete vivi, ma basta soltanto questo?>>
                Gli studenti avevano fatto i gesti che il prof aveva chiesto e senza capire bene dove volesse arrivare a parare, avevano risposto con un “No” alla sua domanda.
                <<Noi esseri umani siamo degli animali più evoluti, più intelligenti, ma siamo comunque animali. Che cos’è la vita per un animale? Tutti gli animali, sia chi vive un giorno solo sia chi sopravvive cento anni, nascono, crescono, cercano di mantenersi in vita con tutte le loro forze, si riproducono e muoiono. In fondo è questo che dovremmo fare anche noi umani, il significato oggettivo della vita, anche se può sembrare banale, è soltanto questo. La sopravvivenza della specie. Questo è il vero senso della vita.>>
                Un brusio accompagnava le parole del professore, gli studenti non sembravano convinti dalla sua spiegazione.
                <<So cosa state pensando, credete che io sia pazzo. Voi pensate che ci siano cose più importanti senza le quali la vita non avrebbe senso. Che cos’è la vita senza amore? Che cos’è la vita senza libertà? Che vita è un’esistenza piena di dolore e sofferenza? Noi siamo padroni della nostra vita e nulla ci può impedire di rinunciarvi se non dovesse soddisfare le nostre aspettative. Le nostre aspettative, però ci portano a vivere una vita irreale. Quando avrò soddisfatto i miei desideri, allora sì che sarò felice, allora sì che sarò realizzato, allora sì che sarò qualcuno. Solo quando avrò ottenuto quello che voglio, sarò felice. Se poi non ci dovessi riuscire, la vita sarebbe inutile. Se invece noi pensassimo: “Sento che non sono completo che mi manca qualcosa, sono aperto e disponibile a quello che verrà, ma intanto vivo oggi e sono felice; se verrà qualcos’altro, tanto meglio”. Quante volte avrete letto “Carpe diem”, cogli l’attimo, ma è realizzabile questo genere di vita? Si può vivere pensando solo al presente? Si può vivere senza cercare di realizzare i propri sogni, senza lottare per quello cui si crede? Restare in attesa che accada qualcosa di buono come se fosse la manna dal cielo? Aspettare che le cose succedano senza impegnarsi per farle accadere?>>
                Gli sguardi dei ragazzi sembravano smarriti come se non riuscissero a capire il senso di quelle parole.
                <<Non è importante quello che vi accade nella vita, che siate felici oppure no, che siate riusciti a ottenere quello che volevate o no. Anche se invece fosse importante, anche se voi foste rimasti delusi dalla vita, ricordatevi che è l’unica cosa che avete. Non c’è nulla dopo e anche se ci fosse, non è uguale alla vita che state vivendo. Inspirate ed espirate, questa è la vita. Accettatela così com’è, bella o brutta, è un’occasione, è un periodo che purtroppo finirà e che rimpiangerete di non aver saputo apprezzare fino in fondo.>>
                Un nodo alla gola interruppe le sue parole. Avrebbe voluto dirle a quel suo studente di Torino che si era tolto la vita, avrebbe voluto implorarlo di aspettare, di crescere. Le cose cambiano e il nostro modo di vedere la vita muta ogni giorno. Ciò che oggi ce la rende insopportabile ci farà crescere, ci darà più forza. Ciò che oggi ci fa desiderare di morire, domani forse ci farà sorridere. Non aveva capito, non aveva saputo cogliere in quello sguardo triste e malinconico il bisogno di aiuto, di una parola di conforto, di un po’ di attenzione. Aveva fallito nella sua missione di educare, si era limitato a insegnare nozioni senza curarsi di vedere, oltre quegli occhi annoiati e strafottenti, il dramma di chi deve accettare una vita che non è abbastanza bella come la nostra fantasia riesce a immaginarla. Fuggire dalla sua città non era servito a liberarlo dal peso di quella responsabilità, dall’oppressione di quella colpa che nessuno gli imputava se non la sua stessa coscienza.
                Il suono della campana lo aveva liberato dall’imbarazzo che i suoi occhi lucidi e arrossati gli avrebbero provocato. Raccolse le sue cose e uscì da quella classe salutando senza voltarsi.
                <<Di unni ti vinni di farici ‘sta dumanna?>>*
                <<Minchia, nun ci capì n’cazzu. Chi vuleva diri?>>**
                <<Chi sacciu. Mi vinni u duluri testa.>>***
                <<Intantu st’ura scapulau.>>****

 

Traduzione: * Perché gli hai fatto questa domanda?
                        ** Non ho capito cosa volesse dire.
                       *** Non ne ho idea. Mi è venuto il mal di testa.
                       **** Comunque quest’ora è passata.

Un papà

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                Marco era un ragazzo esile e solitario, aveva lo sguardo sempre perso tra le nuvole a inseguire pensieri e sogni. Aveva avuto un’adolescenza difficile, passata a sfuggire al bullo di turno, aveva ottenuto il diploma con fatica per la poca volontà di andare a scuola ad affrontare ragazzi ostili e cattivi. C’era lei però, Valeria che era stata un’amica dolce e preziosa, l’unica a capire il suo disagio e a restargli vicino nei momenti più difficili. Una grande amicizia che si trasforma in amore, un sentimento forte che diventa matrimonio e, dopo qualche anno, un figlio desiderato e amato che fortifica un legame fatto di rispetto e fiducia. La vita di Marco sembrava finalmente felice, anche se sentiva sempre un vuoto dentro, fatto d’insoddisfazione e paura.
Una sorte malevola e dispettosa aveva portato via la sua Valeria per una stupida complicazione durante il parto. Era rimasto solo con il suo bambino, l’unica ragione della sua vita, un amore più grande di tutto. Occuparsi di suo figlio Giorgio, era diventato il suo unico motivo per vivere quella vita che, in fondo, non aveva mai amato.
Era passato più di un anno quando conobbe Franco. Si erano conosciuti in un bar e avevano subito legato. Erano entrambi attratti da qualcosa d’inspiegabile, da qualcosa cui erano sfuggiti per anni rinnegando se stessi e i propri desideri più intimi e personali. Un amore vero, diverso da quello che aveva provato per la sua Valeria, un legame troppo forte, una catena che nessuno poteva spezzare.
Trascorsero insieme dieci anni felici, si unirono civilmente e la loro famiglia era solida e serena. Giorgio cresceva sano e felice e amava i suoi due papà che si occupavano di lui senza mai fargli mancare nulla. Quella sorte malevola e dispettosa aveva voluto prendersi ancora gioco di lui e quando Marco aveva creduto di aver raggiunto la felicità e si sentiva finalmente appagato e pieno di voglia di vivere, fu colto da un malore e morì in breve tempo.
Fu enorme il dolore del piccolo Giorgio che aveva però ancora un papà, un àncora cui aggrapparsi per sostenersi e un amore forte e bello come quello che solo un papà può darti. Franco amava il figlio di Marco come fosse suo e avrebbe sacrificato la vita per il suo bambino.  Un giorno però, senza neanche aspettare che il dolore si fosse placato, si presentarono alla porta di casa sua due donne dei servizi sociali e due carabinieri. Gli mostrarono un foglio di carta firmato da un giudice in cui c’era scritto che avrebbero portato via il bambino perché lui non aveva alcun diritto. La legge non gli aveva consentito di adottare il figlio del suo amore e ora quel bambino, che non aveva più né un padre né una madre biologica, sarebbe finito in un orfanatrofio e non sarebbe più potuto stare col suo papà.
Franco provò a reagire, tentò di impedire che portassero via il bambino ma un carabiniere lo trattenne e guardandolo con disprezzo gli urlo:

<< Stai fermo o ti arresto per oltraggio a pubblico ufficiale, frocio di merda>>.

 


Imparando a volare.

1994 Settembre

11 settembre 2001

Il lungo marciapiede scorreva sotto i suoi passi lenti. I tacchi a spillo suonavano un ticchettio cadenzato e incessante su quella lingua di cemento grigio. Era quasi arrivata. Il grattacielo si ergeva maestoso e sembrava che osservasse stupito, dall’alto della sua cima, quei piccoli esseri frettolosi e incerti ai suoi piedi. Entrò e l’immensa hall la lasciò a bocca aperta. Una città di oltre cento piani con uffici, ristoranti, negozi e migliaia di persone indaffarate come formiche che si muovono veloci nel loro formicaio.
         Si diresse all’ascensore guardandosi intorno, nessuno la notò e nessuno avrebbe potuto fermarla, risoluta com’era nella sua decisione. Le luci indicavano i piani in un display azzurro mentre le sue orecchie sembravano come immerse in un liquido e i suoni arrivavano ovattati e incomprensibili. Deglutì più volte finché la campanella, che indicava l’apertura della porta, risuonò chiara nei suoi timpani. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la sua meta. L’ascensore era giunto all’ultimo piano ma lei doveva ancora salire delle scale per raggiungere la terrazza, il suo obiettivo finale.
         Il cielo terso e azzurro apparve ai suoi occhi abbagliati dal sole. Le girava la testa e il respiro era affannato. Il cerchio infinito dell’orizzonte era l’unico limite al suo sguardo come un lungo nastro che avvolge un’immensa sfera di cristallo. I suoi sensi vacillavano e un’attrazione fatale la spingeva ad avanzare verso il cornicione. Non riusciva a distogliere gli occhi da quel cielo infinito, allargò le braccia come un bambino che attende di essere sollevato dal papà. Un vento gelido la accolse facendo tremare le deboli gambe. Si sentiva leggera, svuotata da ogni piccola o terribile vicenda che l’aveva spinta lassù.
         La sua anima stava imparando a volare staccandosi dal quel peso terreno opprimente. I lacci che la legavano alla terra si erano spezzati e il suo sguardo si era perduto in quell’azzurro. Il suo cuore impazzito e agitato pulsava come se dovesse pompare sangue nelle sue grandi ali. Con gli occhi pieni di lacrime vide quell’ombra avvicinarsi, sentì il rombo del motore e l’esplosione di migliaia di vetri. Il caldo alito dell’inferno e l’orribile lezzo che emanava la avvolsero. Non erano le sue gambe che tremavano adesso, l’intero grattacielo oscillava e vibrava rumorosamente. Intuì che non c’era possibilità di ripensamenti, che quello era il suo giorno. Quello era il giorno in cui avrebbe imparato a volare o si sarebbe schiantata.

 


Insieme

copertina il mostro
…      I suoi occhi erano di un verde appena accennato ed erano lucidi come quelli di chi ha pianto a lungo. Quello sguardo profondo era perso in mille pensieri e nel tormento di un’anima che ha provato troppa sofferenza ma che non si è ancora rassegnata a una vita di disagi e umiliazioni. Le sue dita lunghe e sottili tremavano leggermente nel sostenere la tazzina del caffè ma una strana forza, mista a un’incredibile determinazione, gli aveva dato il coraggio di prendere quella decisione.
            <<Papà viene con noi?>>
            <<Papà se n’è andato.>>
            <<Quando ritorna?>>
            <<Non tornerà più.>>
            <<Perché è andato via? Avete litigato di nuovo?>>
            <<Smettila di fare domande e finisci di vestirti.>>
            <<Mamma mi allacci le scarpe che io non sono capace?>>
            <<Certo tesoro. Scusami amore mio se sono stata sgarbata, ma non mi sento bene. Vedrai che le cose cambieranno. Andremo ad abitare in una bella casa, tutta nostra, avremo tutto quello che desideriamo e non ci mancherà mai niente. Andrai a scuola con dei vestiti nuovi e di marca, come quelli dei tuoi compagni, non ti mancheranno mai né il cibo né i giocattoli. Ti comprerò quel computer che ti piaceva e saremo tanto felici.>>
            <<Io sono felice, mamma. Vorrei solo che papà tornasse presto perché mi manca.>>
            <<Lo vorrei anch’io, tesoro, ma non credo che succederà mai. Papà non sopportava più di vivere così e ci ha lasciati, è partito senza dire dove sarebbe andato.>>
            <<Mamma, ma se cambiamo casa, come farà papà a trovarci se decidesse di tornare?>>
            <<Gli lasceremo il nuovo indirizzo, non preoccuparti.>>
            <<Io sono pronto. Posso portare George con me?>>
            <<Certo, anche se non capisco cosa ci trovi in quel maiale di pezza.>>
            <<Lui è il mio amico.>>
            <<Ok, andiamo.>>
            La donna si era guardata intorno come se cercasse qualcosa tra le pareti della sua casa o come se cercasse di rivivere per l’ultima volta quei ricordi di cui quelle mura erano intrise. Abbassò lo sguardo, afferrò con una mano le chiavi di casa e con l’altra strinse la mano di suo figlio. Uscirono, chiudendo dietro di loro la porta, senza voltarsi scesero le scale fino a giungere in strada.
            Una piccola auto li attendeva, arroventata dal sole. Nonostante fosse ancora presto, il sole aveva già reso le lamiere dell’auto così calde che era impossibile toccarle. La donna aprì lo sportello, abbassò i finestrini e, dopo aver atteso qualche minuto che la macchina si fosse raffreddata, fece salire sul sedile posteriore il suo bambino. Dopo qualche tentativo di avviare il motore, l’auto partì liberando nell’aria una piccola nuvola di fumo nero.
            La strada era piena di macchine e gli altri automobilisti urlavano e imprecavano suonando incessantemente i clacson. Teresa non sentiva quel frastuono, era assorta nei suoi pensieri, fissava la strada sorreggendosi il viso con la mano sinistra e tenendo il braccio appoggiato allo sportello dell’auto. All’improvviso un urlo di suo figlio la fece trasalire, si voltò alla sua destra e vide che un uomo con un borsone si era introdotto nella sua vettura e si era seduto sul sedile anteriore. Lo sconosciuto aveva un aspetto gradevole, era vestito con abiti casual ma di marca e quindi anche costosi. Il viso era curato e i lineamenti non sembravano quelli di un delinquente, anzi il suo aspetto sembrava quello di un manager d’azienda.
            <<Chi è lei? Scenda subito dalla mia macchina!>> aveva urlato, terrorizzata.
            <<Stai zitta e non ti succederà niente>>, disse l’uomo puntandole una pistola contro un fianco.
<<Che cosa vuole? Noi non abbiamo niente>>, rispose Teresa mentre alcune lacrime rigavano il suo viso.
            <<Stai tranquilla, cazzo. Non voglio farvi del male, ho solo bisogno di un passaggio.>>
            <<Puoi prendere la mia macchina ma lasciaci andare.>>
            <<Che cosa me ne faccio di questo catorcio? Ho bisogno di qualcuno che guidi al posto mio e tu eri l’unica con lo sportello con le chiusure alzate.>>
            <<Non farci del male, per favore.>>
            <<Tu devi essere stupida o non mi stai ascoltando. Ti ho detto che mi serve solo un passaggio e se non farai cazzate non vi succederà nulla.>>
            <<Mamma, ho paura!>> urlò il bambino, piangendo.
            <<Fallo stare zitto!>>
            <<Stai tranquillo amore mio, non piangere. Non ci succederà niente.>>
            Teresa aveva superato la paura iniziale e nei suoi occhi c’era una strana luce come se avesse colto in quello che le stava succedendo un’opportunità.
            <<Che cazzo hai da guardare, pensa a guidare>> esclamò l’uomo, puntando di nuovo la pistola contro il suo fianco.
            <<Non puoi pretendere che il bambino stia tranquillo se continui a spaventarlo con quella pistola.>>
            <<Hai ragione ma non mi piace il tuo sguardo. Non farti venire strane idee in testa o non ne uscirete vivi.>>

Puoi leggere il racconto completo acquistando “Il Mostro”

 


Un piccolo assaggio del mostro

copertina il mostro
<<Detective Owen, è stato trovato il cadavere di una donna vicino a Riverside Drive>> esclamò Scott.
            <<Avvisa la scientifica e andiamo.>>
            Il corpo era nascosto dietro un cassone della spazzatura, parzialmente coperto da sacchetti e cartoni. Non c’erano segni di violenza né fori di proiettili. Si trattava di una donna di circa venticinque anni, forse una prostituta a giudicare dall’abbigliamento molto succinto. Dopo i rilevamenti della scientifica, il cadavere era stato messo dentro una sacca nera per il trasporto dei corpi ed era stato portato all’obitorio.
            <<Finalmente un caso vero su cui indagare. Non ne posso più di lavorare per quel Foster>> disse Owen al collega.
            <<Sembra che comandi lui al distretto. Il Capitàno non osa più dirgli niente da quando ha ricevuto quella telefonata. Secondo te, chi è stato a telefonargli?>>
            <<Fosse stato il Presidente in persona, non sono affari miei né tuoi.>>
            <<Deve essere in gamba però, se le più alte cariche del governo si fidano così di lui.>>
            <<Finora non è riuscito a ottenere molto di più di quanto avevamo fatto noi.>>
            <<Non è vero! Ha scoperto che quella donna si era travestita da anziana, che aveva ucciso e rubato l’identità e i soldi di quella signora. Era quasi riuscito a prenderla in quell’albergo. Lei addirittura ha tentato di ucciderlo per vendicarsi, usando un animale feroce. Direi che c’è andato molto più vicino di noi.>>
            <<A me non hanno dato il tempo di fare niente, mi hanno tolto subito il caso mentre lui è da mesi che indaga.>>
            <<Evidentemente credono di più nelle sue capacità che nelle nostre, in fondo è riuscito anche a sopravvivere a quella bestia feroce.>>
            <<Ti sei mai chiesto perché non troviamo mai tracce di questi animali feroci? Non ci sono né peli né impronte sulle scene del crimine. Mentre la donna lascia impronte e si fa riprendere dalle telecamere come se sapesse che non riusciremo mai a prenderla.>>
            <<Secondo me, lei è una maga dei travestimenti. Riesce a cambiare faccia come vuole usando dei trucchi come quelli del cinema. Le tracce degli animali è lei che le ripulisce perché sa che dagli animali potremmo risalire a lei.>>
            <<Spiegami perché le analisi del DNA e il referto del coroner sono stati secretati.>>
            <<Forse l’identità della donna non può essere svelata, forse è la figlia di qualche politico importante o è parente del Presidente e non vogliono fare scoppiare uno scandalo o forse è il frutto di un esperimento militare segreto.>>
            <<Bravo Scott, hai una spiegazione per tutto, ma io credo che ci sia qualcosa di molto più grosso che non può essere svelata per non causare il panico tra la gente.>>
            <<Esagerato! Io penso che stiano soltanto coprendo qualche pezzo grosso.>>
            <<Non lo sapremo mai. Sarà un altro dei tanti misteri di questo paese, come l’area 51 o l’incidente di Roswell.>>
            <<Non crederai anche tu alle cospirazioni o alla “congiura del silenzio” per nascondere gli sbarchi alieni o i dischi volanti?>>
            <<Chi può sapere qual è la verità? Non ci sono prove che confermano, ma neanche possono smentire le tante teorie sugli sbarchi di alieni.>>
            <<Se si chiamano teorie ci sarà un motivo, non credi?>>
            <<Ognuno ha le sue convinzioni. Io resto delle mie.>>
            <<Noi siamo detective, dobbiamo credere solo alle prove, ai fatti, alle indagini. Non ad assurde teorie senza nulla che le dimostri.>>
            <<Cerchiamo di risolvere questo caso, prima che lo passino ad altri.>>
            <<Così mi piaci, Owen.>>

Il mio nuovo libro – Il mostro

copertina il mostro

Tempo fa avevo annunciato la pubblicazione del mio nuovo libro, oggi finalmente è online. Se vi è piaciuto il primo, non potete perdervi il secondo anche perché alcuni racconti sono il sequel di quelli già pubblicati. Spero vi piacciano come i precedenti.
Questa è la prefazione:

Prefazione

 

     Cinque nuovi racconti con un unico leitmotiv: dentro la nostra anima si cela un mostro. In ogni racconto c’è uno o più personaggi che in modo evidente, con le loro azioni o con le loro scelte, si comportano da mostri, svelando crudeltà e mancanza di principi morali.
     “Il mostro”: è un giallo investigativo (sequel di “Fortunata” da “Il Robot e altre storie”). Un vero mostro si nasconde sotto mentite spoglie in cerca di prede di cui nutrirsi, ingannando le sue vittime con un aspetto angelico e sensuale. I protagonisti del racconto sono due agenti della FBI con le loro storie e le loro debolezze e chissà che anche in loro non ci sia qualcosa di mostruoso.
     “I bambini”: i protagonisti di questo racconto fantascientifico sono due agenti di una squadra speciale, creata dal Presidente degli Stati Uniti, che “correggono” gli errori della natura o del destino viaggiando nel tempo e giustiziando futuri terroristi. Il mostro che è in loro si svelerà nel finale in tutta la sua cinica crudeltà.
     “Il Robot capitolo 3”: (da “Il Robot e altre storie”) in questo racconto fantascientifico potrete seguire la vita di Joshua Russell, del suo amico Lucas e dei loro robot alieni in una nuova avventura che li vedrà complici inconsapevoli di un genocidio. I mostri in questo racconto sono i politici e gli imprenditori con la loro smisurata sete di potere e di ricchezza.
     “Insieme”: Questo racconto è ambientato in Italia e narra una storia realistica. Un uomo, il cui unico desiderio è realizzare i propri sogni, sequestra una donna mentre è in auto col proprio bambino. Insieme iniziano un lungo viaggio alla ricerca di una nuova vita. Dove si nasconde il mostro, lo scoprirete solo leggendo il racconto fino alla fine.
     “Il prigioniero”: Realtà o incubo? Che cosa succede alla nostra mente quando non siamo coscienti? È la fine di tutto o è l’inizio di qualcosa di mostruoso?

 

Se visitate la pagina  I miei libri  potrete leggere le prime pagine di entrambi i miei libri, qui trovate i link per acquistare “Il mostro”.
Buona lettura.

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Pensieri Scritti - l'essenza - io esisto

- Si crea ciò che il cuore pensa - @ElyGioia

Evelyn 🇮🇹 27 y/o ♍

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Blog IIS Giorgi milano prof. manna

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza

EdnaModeblog

Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

Libero Emisfero

La filosofia, l'arte e la letteratura sono le chiavi di cui hai bisogno nella tua vita.

Chiara Saracino

Studio Storia e Critica dell'arte e dello spettacolo, laureata in Beni artistici e dello spettacolo all'Università di Parma. Sono cresciuta a Padova ma dal 2015 vivo a Parma dove la mia passione per l'arte continua e si fortifica. Sono innamoratissima di Edoardo con cui, oltre alla nostra magica relazione, condivido la mia vita e tutte le mie passioni.

Citazioni Della Mia Mente

"Aut insanit homo, aut versus facit." (Orazio)

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