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Imparando a volare.

1994 Settembre

11 settembre 2001

Il lungo marciapiede scorreva sotto i suoi passi lenti. I tacchi a spillo suonavano un ticchettio cadenzato e incessante su quella lingua di cemento grigio. Era quasi arrivata. Il grattacielo si ergeva maestoso e sembrava che osservasse stupito, dall’alto della sua cima, quei piccoli esseri frettolosi e incerti ai suoi piedi. Entrò e l’immensa hall la lasciò a bocca aperta. Una città di oltre cento piani con uffici, ristoranti, negozi e migliaia di persone indaffarate come formiche che si muovono veloci nel loro formicaio.
         Si diresse all’ascensore guardandosi intorno, nessuno la notò e nessuno avrebbe potuto fermarla, risoluta com’era nella sua decisione. Le luci indicavano i piani in un display azzurro mentre le sue orecchie sembravano come immerse in un liquido e i suoni arrivavano ovattati e incomprensibili. Deglutì più volte finché la campanella, che indicava l’apertura della porta, risuonò chiara nei suoi timpani. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la sua meta. L’ascensore era giunto all’ultimo piano ma lei doveva ancora salire delle scale per raggiungere la terrazza, il suo obiettivo finale.
         Il cielo terso e azzurro apparve ai suoi occhi abbagliati dal sole. Le girava la testa e il respiro era affannato. Il cerchio infinito dell’orizzonte era l’unico limite al suo sguardo come un lungo nastro che avvolge un’immensa sfera di cristallo. I suoi sensi vacillavano e un’attrazione fatale la spingeva ad avanzare verso il cornicione. Non riusciva a distogliere gli occhi da quel cielo infinito, allargò le braccia come un bambino che attende di essere sollevato dal papà. Un vento gelido la accolse facendo tremare le deboli gambe. Si sentiva leggera, svuotata da ogni piccola o terribile vicenda che l’aveva spinta lassù.
         La sua anima stava imparando a volare staccandosi dal quel peso terreno opprimente. I lacci che la legavano alla terra si erano spezzati e il suo sguardo si era perduto in quell’azzurro. Il suo cuore impazzito e agitato pulsava come se dovesse pompare sangue nelle sue grandi ali. Con gli occhi pieni di lacrime vide quell’ombra avvicinarsi, sentì il rombo del motore e l’esplosione di migliaia di vetri. Il caldo alito dell’inferno e l’orribile lezzo che emanava la avvolsero. Non erano le sue gambe che tremavano adesso, l’intero grattacielo oscillava e vibrava rumorosamente. Intuì che non c’era possibilità di ripensamenti, che quello era il suo giorno. Quello era il giorno in cui avrebbe imparato a volare o si sarebbe schiantata.

 


Lasciami stare

lasciami stare
Lasciami stare,
lascia che ritrovi me stesso
e non chiedermi perché,
non voglio stare qui,
non voglio stare con te,
lascia che sia così,
ridammi il mio cuore,
cerca di capire
il passato non si può cancellare
e io non voglio più soffrire,
ho pianto troppo per dimenticare
e non voglio ricominciare,
non posso permetterti di farmi morire,
di giocare con me
per poterti divertire.
è un gioco che fa male
il gioco dell’amore,
è un gioco crudele
che non voglio più accettare,
è una guerra che ho già perso,
è la paura di sbagliare,
è la paura di scoprire
che posso ancora volare.

Mi manchi

mi manchi

Ho preferito la libertà
alle tue catene,
ho scelto di volare
invece del tuo amore,
ma adesso mi manchi,
mi manca la rabbia
per la tua inutile gelosia,
mi manca il dolore
che mi davi
graffiandomi il cuore,
mi manca il tuo sorriso,
i tuoi sospiri,
le tue labbra sul mio viso
e se adesso posso volare
non so dove andare
e penso che ti avrei potuto cambiare
se avessi voluto,
se avessi trovato quella forza
che non ho mai avuto.

Come una pietra

come una pietra
Tu mi stringi a te
e mi accarezzi piano,
mi dai tutto il tuo amore
e il tuo cuore batte forte,
mentre tocco il tuo corpo
e bacio le tue labbra
tu pensi d’esser mia.
Ma è tutto inutile,
nel mio cuore c’è un immenso vuoto
e i miei pensieri affondano
nel mare della noia,
non sento niente
ma io vorrei amarti,
vorrei sentire ancora quelle emozioni
che mi facevano volare,
ma non sento niente,
la notte è così vuota,
così fredda e buia
e la mia anima si è perduta,
si è perduta nello stress
di giorni mal vissuti,
tra le piccole stupide cose
di questa inutile vita
e io sono qua
tra le tue braccia
a rimpiangere me stesso,
quel dolce poeta
che si innamorava di uno sguardo,
di una carezza,
del sorriso di una ragazza.
Ma dove sono finito?
Tra lo squallore
di un rapporto senza amore,
tra la solitudine
del non saper comunicare,
con questo cuore
come una pietra
che non sa più amare.

Libero

libero
Libero in cielo
inseguivo una nuvola,
beato della mia solitudine,
felicemente indifferente,
con le ali nel vento,
ai confini del mondo,
nulla poteva sfiorarmi,
nulla poteva ferirmi,
ma le mie ali si sono spezzate,
il mio corpo è caduto
nel fango del mondo
e mi ritrovo a strisciare,
a dover lottare per poter sopravvivere,
i miei sogni, le mie speranze
ho dovuto seppellire
e mi chiedo
se tutto questo ha un senso,
se potrò ancora sperare,
se riuscirò a capire
perché debbo sopportare,
perché debbo continuare,
perché la vita è cosi crudele
e non mi lascia più volare.

Irene Rapelli

— Il cielo stellato dentro di me —

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Studio Storia e Critica dell'arte e dello spettacolo, laureata in Beni artistici e dello spettacolo all'Università di Parma. Sono cresciuta a Padova ma dal 2015 vivo a Parma dove la mia passione per l'arte continua e si fortifica. Sono innamoratissima di Edoardo con cui, oltre alla nostra magica relazione, condivido la mia vita e tutte le mie passioni.

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